Home Page Chi siamo I nostri studi Le nostre attività Maestri di ogni tempo
Itinerari esoterici Rubriche Download Per Contattarci Link
Foto        
Tremiti

sulle tracce di Diomede

 

Già abitate in epoca antichissima (a San Domino è stata scoperta una necropoli eneolitica) le Tremiti erano dette dagli antichi "Insulae Diomedeae", dal mitico eroe greco Diomede che tracciò il suo confine con le pietre ciclopiche portate con sé dalla lontana Tracia, approdato dopo tanto peregrinare "davanti alla Puglia" come scrive Plinio (celebre storico), e rimasto fino alla morte. La leggenda vuole, che i suoi fedeli compagni, mutati da Venere in uccelli marini simili ad un'anitra con il corpo azzurro scuro e il petto bianco, chiamati Diomedee, siano i leali custodi del suo sepolcro. Nelle notti di luna, questi esotici uccelli, emettono un grido prolungato e lamentoso come il lamento di un bambino. Si rifugiano nei crepacci delle grotte e, sono oggetto di curiosità da parte dei turisti i quali, vanno a vederli e ad ascoltare il loro lamento, accompagnati da esperti pescatori, di solito dopo la mezzanotte. Numerosi gli storici del passato impegnati a tramandare in un modo o in un altro tale leggenda, a cominciare da Virgilio (che ricorda Diomede in un libro dell'Eneide); per non parlare di Strabone che descrive due isole di Diomede, una abitata e un'altra deserta; e persino Plinio il Vecchio ricorda le Tremiti.

Le due isole di cui parla lo storico, sono senz'altro quella di San Nicola e quella di San Domino; la prima spicca per l'antica Badia o Fortezza posta sullo scoglio vivo, la seconda fondata in onore di un vescovo e martire. Suscita invece curiosità il nome della terza isola, di cui Plinio il Vecchio non fa menzione: Caprara o Capraia il cui etimo deriva dalla abbondanza di capperi commestibili di cui l'isola è ricca. Molti chiamano queste isole "Orto del Paradiso". E sono veramente un angolo di paradiso, dove regna pace e bellezza. Rocce a strapiombo, baie tranquillissime, acque limpide e di un azzurro che sembra quasi dipinto, invitano alla quiete, lontani dal mondo dove al contrario regna la confusione; qui il tempo scorre silenzioso, interrotto soltanto dal canto degli uccelli, dal lamento delle Diomedee e dal richiamo dei gabbiani. Le prime notizie storiche dell'abbazia di Santa Maria sull'isola di San Nicola risalgono all'inizio del IX secolo. La popolarità delle Tremiti è legata infatti, all'antico monastero fondato dai Benedettini cassinesi. Probabilmente, nel 111 secolo d.C. capitò nell'arcipelago un Eremita che, desideroso di darsi alla d contemplazione e alla penitenza, scelse come luogo adatto alla solitudine, proprio la tomba di Diomede e lì stabilì la sua dimora. L'Eremita in segno di devozione verso la Madonna decise di costruire una cappella in suo onore. I mercanti, i pescatori e tutti coloro che venivano c a rifugiarsi nell'isola durante il cattivo tempo, nel s ritornare alle loro case, parlavano delle meraviglie viste  ed udite. Così ben presto giunsero nell'isola molti altri s eremiti sulla scia della fama ormai acquisita dall'Eremita. In seguito i Monaci Benedettini del famoso monastero di Montecassino, desiderosi di aprire un loro cenobio f in un luogo solitario e propizio alla vita contemplativa, con l'approvazione del Papa vi si stabilirono, anche (perché i pochi eremiti rimasti, erano ormai molto vecchi). Dapprima vissero nell'isola di San Nicola, ma poiché l'isola era tutta rocciosa e come tale non poteva essere coltivata, si trasferirono nell'isola di San Domino, pregando e lavorando, secondo la loro regola: "Ora ! et labora". Ben presto arrivarono i pirati, che cominciarono a molestarli e a depredarli delle poche cose che possedevano e soprattutto dei raccolti che, con tanto lavoro e pochi mezzi, riuscivano a ricavare dalla terra. Per sfuggire alle incursioni, decisero di trasferirsi di nuovo sull'isola di San Nicola, ritornando a vivere nelle grotte. In poco tempo la Comunità. era riuscita a riottenere tutto ciò che aveva perduto; mercanti veneziani e provenienti dall'Oriente, pescatori delle coste garganiche e dalmate, militari che percorrevano il mare Adriatico, gettavano l'ancora nella capacissima e tranquilla rada e scendevano a terra, per rifornirsi di viveri e barattare merci con i religiosi. Accadde pertanto che principi e ricchi feudatari, come pure re, cominciarono a fare loro donazioni di castelli, campi, vigneti e tenute immense per ingraziarsi le loro simpatie e i loro favori. La loro potenza, sia materiale che politica e religiosa, crebbe in tal misura da far paura a coloro che si contendevano l'egemonia dell'Adriatico e della via per l'Oriente. Anche il monastero di Montecassino vedeva scemare la sua influenza e al contrario crescere l'area di dominio dei monaci tremitesi; costoro forti dei privilegi e delle protezioni offerte dai potenti, ben presto si ribellarono e si dichiararono indipendenti. L'indipendenza, le ingerenze di amici e protettori che divennero in realtà. i veri padroni del monastero, ma soprattutto le ingenti ricchezze accumulate, fecero decadere quei principi che erano stati alla base del monastero: il fervore, l'osservanza, la pietà e lasciarono al contrario il posto alla dissipazione e alla dissolutezza. A questo punto l'abbazia delle Tremiti fu affidata ai Cistercensi. Faticoso e lungo fu il lavoro che tali monaci dovettero intraprendere per riportare l'ordine e la pace nell'arcipelago. Bisogna inoltre dire che molti erano a conoscenza delle immense ricchezze e dei favolosi tesori che l'abbazia custodiva, e se si sapeva di che pasta erano fatti i Benedettini (furbi e coraggiosi) ancora non. si conosceva ben i Cistercensi e per farla breve, i marinai di Almiss decisero di intraprendere un'azione corsara contro l'isola di San Nicola e contro i frati. I corsari di Almissa si proposero di agire più con la furbizia che con la forza. Due di loro vestiti da pescatori, scesi a terra, si recarono dal Padre Superiore dicendosi cristiani e chiedendo per un loro compagno morto in mare, la giusta sepoltura. Il Padre Superiore diede subito disposizione affinché la cerimonia fosse eseguita nel migliore dei modi. Era ormai quasi il tramonto, quando sei fraticelli scesero fino alle barche a prendere la salma, li accompagnavano i compagni del morto che si mostravano disperati e tutti insieme ritornarono verso l'abbazia. Giunti all'interno si dette inizio alla cerimonia, quando improvvisamente al seguito di un grido i corsari estrassero i pugnali e le spade e cominciarono il massacro, uccidendo quasi tutti i religiosi e i loro servi (sembra infatti, che due frati siano riusciti a sfuggire alla carneficina), e impadronendosi di quasi tutto il favoloso tesoro di San Nicola, distruggendo e bruciando tutto ciò che era di più e non indispensabile. Quest'episodio viene riportato dal Summonte nella : "Storia del Regno di Napoli", il quale precisa che : avvenne al tempo del re Ruberto (1309-1343). Per parecchi anni nessuno ebbe il coraggio di avvicinarsi alle Isole Tremiti, finché con tutta l'autorità di papa Gregorio XII, si riuscì a convincere alcuni Canonici Lateranensi a prendere il posto dei precedenti I Cistercensi. Come i loro illustri predecessori, restaurarono la fortezza, il monastero e la chiesa ridotta in pessime condizioni. Le Tremiti sotto il governo della nuova Comunità, ridivennero "l'Orto del Paradiso". La loro ) ospitalità era proverbiale come pure la loro gentilezza. Gli Abati resisi più autonomi, reclamarono i loro ) possedimenti, cominciando ad inimicarsi i feudatari abruzzesi, molisani e garganici; riuscirono a mettersi i contro persino i vescovi che si vedevano privati di rendite, terreni e chiese, che avevano acquisito sui monaci dell'abbazia tremitese. Anche i pirati turchi e dalmati, ricominciarono a farsi sentire, sempre desiderosi di mettere le mani sulle ingenti ricchezze e sui possedimenti che il monastero possedeva lungo tutta la costa garganica (dal Molise all' Abruzzo, il suo dominio abbracciava città e castelli, laghi e boschi). I nuovi isolani non solo avevano restaurato e ampliato gli edifici, ma avevano trasformato il convento in una vera fortezza presidiata da una guarnigione.

La fortezza resistette validamente dal 5 all'8 agosto 1567 all'assalto dell'armata di Solimano II il Magnifico, che non potendo penetrare in San Nicola si dette al saccheggio di San Domino, distruggendo e devastando ogni cosa. Una furiosa tempesta mise finalmente in fuga l'armata turca. Più tardi, i monaci presi dalla passione per il potere e per la ricchezza, degenerarono a tal punto che il Papa dovette prendere la decisione di sopprimere l'abbazia; l'arcipelago diomedeo rimase allora, nella più squallida desolazione. Nel 1792 fu istituita da Ferdinando IV una colonia penale. Decaduti i Borboni, successe sul trono del Regno di Napoli, Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, il quale liberò i condannati come premio per avere contribuito con il loro coraggio e con il loro valore, alla cacciata degli inglesi e dei russi nell'assedio del 1807. Nel 1843-44 Ferdinando II deportò nell'arcipelago elementi dei bassifondi napoletani che, accasatisi diedero origine alla popolazione libera che conserva tuttora il dialetto napoletano. Durante il periodo fascista, Mussolini vi istituì il confino di polizia, inviandovi confinati politici e delinquenti comuni. Questa triste storia di deportazioni terminò finalmente con la caduta del regime nel 1943. Le Isole Tremiti da sempre sono state un luogo di deportazione.

Già al tempo dei Romani esse avevano questo triste compito. Infatti gli imperatori si servivano di queste isole per relegarvi personaggi di alto rango, malvisti dal Senato e dall'Impero. Tra i tanti vi fu Giulia, figliastra di Tiberio e nipote di Augusto. Seguendo l'esempio della madre, fu adultera in una maniera così scandalosa da obbligare il nonno ad invitarla in forzato esilio su questi scogli per vent'anni, morendo, secondo una leggenda mentre tentava di fuggire assieme al suo carceriere innamorato perdutamente di lei. Sull'isola di San Nicola si può visitare la sua tomba. Nel 771 d.C. nell'arcipelago fu relegato Paolo Vamefrido, diacono di Aquileia, consigliere e suocero di Carlo Magno e segretario di Desiderio, re dei Longobardi. Visse a lungo abbracciando la regola di San. Benedetto e scrivendo varie opere di grande valore storico, fra le quali "De gestis Longobardorum". Finalmente dopo secoli di tante calamità e di tante sofferenze le Isole Tremiti hanno cominciato a risentire il fascino della solitudine e della pace, centinaia e migliaia di turisti spinti dalle loro attrattive vengono ad ammirare le bellezze e a trascorrere giorni di distensione e di serenità.