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La storia di Re Abgar
a cura di Pino Cangemi
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CORRISPONDENZA TRA ABGAR E GESU' (Testo di Eusebio di Cesarea) dai VANGELI APOCRIFI
Copia della lettera scritta dal re Abgar a Gesù e inviata a Gerusalemme per mezzo del corriere Anania
[1] Il re Abgar Ukkama a Gesù salvatore buono apparso nella regione di Gerusalemme, salute! "Ho udito parlare di te e delle guarigioni che tu operi senza alcun medicamento e senza erbe. Giacché, a quanto si dice, tu fai vedere i ciechi e camminare gli storpi; tu purifichi i lebbrosi, scacci gli spiriti impuri e i demoni, guarisci gli oppressi da malattie croniche e risusciti i morti. [2] Udendo di te tutte queste cose, mi sono ora convinto che una di queste due cose è vera: o tu che operi queste meraviglie sei Dio stesso disceso dal cielo, oppure tu, compiendo queste cose, sei il Figlio di Dio. [3] Ti ho scritto perciò per supplicarti di venire da me a guarirmi dalla malattia che mi affligge. Ho anche udito che gli Ebrei mormorano contro di te e vogliono farti del male: sebbene la mia città sia molto piccola, è tuttavia onorabile e basterà a tutti e due".
Risposta di Gesù al re
Abgar per mezzo del corriere Anania Te
beato Abgar, e così pure la tua città di nome Edessa, perché hai
creduto in me senza avermi visto. Quanto poi a ciò che mi hai scritto,
chiedendomi di venire da te, sappi che è necessario che il figlio di
Dio sia consegnato nelle mani dei peccatori, sia crocifisso, sepolto e
risorga il terzo giorno. Devo dapprima compiere ciò che mi è stato
ordinato da chi mi mandò. Alla fine sarò assunto dal padre che mi inviò.
Dopo la mia assunzione verrà da te uno dei miei discepoli di nome
Taddeo, questi curerà il tuo male e accorderà per mezzo mio la vita
eterna e la pace a te e ai tuoi tutti. Riguardo alla tua città che mi
hai descritto piccolissima, ecco che io la ingrandirò e farò in modo
che nessuno dei tuoi nemici se ne impadronisca fino alla fine del mondo.
Sta scritto a mio riguardo: beati quelli che mi hanno visto e creduto,
ma tre volte più beati quelli che han creduto senza avermi visto! Ti
sarà accordata una salute diuturna per l’anima e per il corpo e
parimenti alla tua famiglia, a salvezza di chi ti vede. Io infatti ho
piegato i cieli e sono disceso per causa del genere umano. Ho preso
dimora in seno verginale per cancellare la trasgressione avvenuta in
paradiso. Mi sono umiliato per fare grandi voi! Questa mia lettera,
ovunque venga esposta: durante un processo o in tribunale,
in casa o al mare, sulle persone congelate, sui febbricitanti, su chi è
preso da brividi, su coloro che gettan la bava, legati da un nodo
magico, ribollenti, ammalati o simili, Essa scioglierà tutti costoro
dai loro mali. Chi però la porterà con sé deve starsene lontano da
ogni cattiva azione e deve dire: “Questa lettera mi servirà
sicuramente per guarire e per una gioia sicura”. Cio’ che e’
scritto e’ stato scritto di mia mano e vi ho apposto il mio sigillo.
Sette sono i sigilli qui impressi: per i simboli e per la spiegazione dei simboli enunciati dal Cristo, provate a richiederli via e-mail [5] A queste lettere era annessa anche la seguente narrazione in lingua siriaca. Dopo l'ascensione di Gesù, Giuda, detto pure Tomaso, gli mandò l'apostolo Taddeo, uno dei settanta. Questi, quando giunse, si fermò presso Tobia, figlio di Tobia. Si divulgò la notizia della sua venuta e fu riferito ad Abgar che era arrivato un apostolo di Gesù, come gli aveva scritto. [6] Con la virtù divina, Taddeo principiò a guarire ogni genere di malattie e di infermità, sicché tutti si stupivano. Quando Abgar venne a conoscenza delle magnifiche e stupende opere che faceva e delle guarigioni che operava, ebbe il sospetto che fosse davvero colui di cui gli aveva scritto Gesù: "Dopo che sarò salito, ti manderò uno dei miei discepoli affinché ti guarisca dalla malattia". [7] Chiamò dunque Tobia, presso il quale abitava, e gli disse: "Ho udito che in casa tua è venuto ad abitare un uomo potente. Conducilo da me". Quando tornò, Tobia disse a Taddeo: "Il re Abgar mi ha chiamato e mi ha dato ordine di condurti da lui, affinché tu lo guarisca". Taddeo rispose: "Andrò, giacché sono stato inviato a lui con potenza" [8] Il giorno seguente, di buon mattino, Tobia prese con sé Taddeo e si recò da Abgar. Quando entrò, attorno al re vi erano tutte le più grandi autorità; e subito, ai primi passi, Abgar vide sul volto dell'apostolo Taddeo qualcosa di divinamente grande e si prostrò davanti a lui. Tutti i presenti si stupivano, non avendo visto nulla di quanto era apparso soltanto ad Abgar. [9] Questi interrogò così Taddeo: "Sei tu veramente un discepolo di Gesù, Figlio di Dio, che mi disse: "Ti manderò uno dei miei discepoli affinché ti guarisca e ti offra la vita"?". Taddeo rispose: "Sono stato inviato a te perché tu hai creduto. Se continuerai a credere, tutti i desideri del tuo cuore si compiranno secondo la tua fede". [10] Ed Abgar a lui: "Ho talmente creduto in lui che avrei voluto radunare un esercito per distruggere gli Ebrei, suoi crocifissori, se non fossi stato ostacolato dall'impero romano". Taddeo disse: "Nostro Signore compì la volontà del Padre suo e, dopo averla compiuta, ritornò a lui". [11] Abgar gli disse: "Ed io ho creduto in lui e nel Padre suo". E Taddeo: "Nel suo nome quindi ti impongo la mano". Subito dopo questo egli fu risanato dal malanno e dalla malattia di cui soffriva. [12] All'udire che dal suo discepolo Taddeo era realizzato quanto aveva udito di Gesù, il re si stupì: senza medicine, infatti, e senza erbe, non solo aveva risanato lui, ma anche Abdo, figlio di Abdo, sofferente di podagra, che era venuto ai suoi piedi ed era stato guarito dopo avere ricevuto la benedizione con l'imposizione delle mani. Diede la salute a molti altri abitanti di quella città, operò grandi miracoli e annunziò la parola di Dio. [13] Dopo di questo Abgar disse: "Tu, Taddeo, fai questi prodigi con la potenza di Dio e noi ne siamo ammirati, ma ora ti preghiamo di parlarci della venuta di Gesù, come avvenne, della sua potenza e per quale virtù egli ha compiuto le cose che ho udito raccontare". [14] Taddeo rispose: "Ora io tacerò. Essendo però stato mandato ad annunziare la parola di Dio, raduna (domani) tutti i cittadini: predicherò a tutti e seminerò nei loro cuori la parola di vita. Dirò ad essi come si realizzò la venuta di Cristo, parlerò della sua missione e del motivo per cui fu mandato dal Padre, della sua potenza, delle sue gesta, delle misteriose verità che rivelò al mondo, e dirò in virtù di quale forza egli ha compiuto tutto questo; parlerò della novità della sua predicazione, della sua umiltà e modestia. Esporrò come egli si sia abbassato, come cioè Ä per così dire Ä depose e diminuì la sua divinità, come fu crocifisso, discese nell'Ade e aperse quella prigione chiusa da molti secoli, come abbia risuscitato dei morti, come sia disceso laggiù solo e sia ritornato al Padre scortato da una grande folla". [15] Abgar diede poi ordine ai cittadini che si radunassero di buon mattino per ascoltare la predicazione di Taddeo, al quale fece offrire monete e verghe d'oro. Ma egli rifiutò affermando: "Avendo rinunziato ai nostri beni, come prenderemo quelli degli altri?". Ciò ebbe luogo nell'anno trecento e quaranta.
LA
STORIA
Abgar
V, re (toparca) di Edessa, vissuto nella stessa epoca di Gesù Cristo,
è stato descritto come un monarca saggio, intelligente, dalla
conversazione tanto affascinante che l'interlocutore non lo lasciava più
andare. Si raccontava, infatti, che recatosi a Roma a visitare
l'imperatore Augusto, questo, preso dalla sua conversazione, continuava
a trattenerlo e a non lasciarlo più tornare in patria. Abgar, dotato
anche di grande spirito, aveva voglia di tornarsene a casa. Per farlo,
escogitò uno stratagemma. Era andato a caccia nella campagna romana e
aveva catturato degli animali; per ciascuno di questi, aveva fatto
prendere della terra, dal posto dove ognuno di quegli animali era stato
catturato. Rientrato a Roma, aveva fatto disporre la terra in varie
parti del circo e, alla presenza dell'imperatore, aveva fatto lasciar
liberi gli animali. Ognuno di questi, riconoscendo la propria terra, andò
a mettersi su quella dov'era stato preso. Nello stesso momento, Abgar,
che era seduto accanto all'imperatore, gli si buttò ai piedi
abbracciandogli le ginocchia e chiedendogli come pensasse che egli
potesse sentirsi, lontano dalla moglie, dai figli e dal regno, che, se
anche piccolo, era pur nella terra dei suoi padri. Fu così che
l'imperatore Augusto si decise a farlo partire, chiedendogli di
esprimere un desiderio. Abgar gli chiese la costruzione di un circo
nella sua città. Al suo
ritorno, gli abitanti, pieni di curiosità, gli domandarono cosa
l'imperatore gli avesse donato. La risposta fu: <dispiaceri senza
danno e piaceri senza profumo> (alludendo alle passioni che il circo
suscitava) .
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"Egli
vide abili pittori e ordinò di andare insieme ai suoi
messaggeri e di dipingere e portargli riprodotto il volto del
Signore, affinché egli potesse rallegrarsi della sua immagime
come della sua personale presenza. Ora vennero i pittori con i
messaggeri del re, ma non furono in grado di dipingere
un'immagine dell'umanità del Signore degna di adorazione.
Quando però il Signore con la sua divina scienza guardò
(riconobbe) l'amore di Abgar per Lui, e dopo che Egli vide che i
pittori si davano pena per trovare un'immagine che essi lo
dipingevano come Egli è e non ci riuscivano, Egli prese un
panno e lo premette sul suo volto, che dona la vita al mondo, e
questo vi restò impresso come Egli era. E quel panno venne
portato e come una sorgente di grazie deposto nella Chiesa di
Urai (Edessa) fino al giorno odierno". |
(Leggenda
siriaca redatta attorno all'anno 800)
Gli studi
archeologici permettono di avanzare ipotesi plausibili sull'identità
delle terre lontane raggiunte da Giuseppe e dalle sue genti.
Nel 66 il procuratore romano Gessio Floro, a causa della sua dura
e provocatoria violenza, scatenò a Gerusalemme una rivolta che passò
alla storia con il nome di Guerra Giudaica. I ribelli istituirono una
forma di governo provvisorio dopo aver cacciato i Romani dalla Città
Santa. Soltanto l'anno successivo il generale Vespasiano, insieme a
Tito, si mosse con l'esercito entrando nelle terre rivoltose di Galilea.
Secondo lo storico cristiano Eusebio di Cesarea (330 ca.) i
Giudeo-Cristiani di Gerusalemme erano stati avvertiti dell'imminente
guerra da un oracolo. Essi avevano potuto, così, fuggire attraverso il
Giordano e raggiungere le terre della Decapoli oltre il confine della
provincia romana di Siria. Nella regione si trovavano dieci città (tra
cui Damasco, Scitopoli e Pella) strette in una Lega semiindipendente dal
potere romano.
Questa fuga non fu leggenda: secondo un documento presentato al II
Sinodo di Nicea "nel biennio precedente la distruzione di
Gerusalemme" i Giudeo-Cristiani si erano allontanati in segreto e
"trasportarono con sé i loro oggetti più preziosi, immagini e
cose sacre". Il viaggio di Giuseppe e della sua gente potrebbe aver seguito il
tragitto compiuto dai Giudeo-Cristiani di Gerusalemme. Dalla Decapoli,
egli avrebbe intrapreso numerosi viaggi missionari in tutto l'Oriente,
testimoniati da molti antichi testi. In un manoscritto russo dell'VIII
sec. si dice che l'attività missionaria apocrifa di Giuseppe d'Arimatea
era legata a quella di san Filippo e che insieme edificarono una chiesa
nella città di Lydda (Diospolis), che si trovava direttamente ad ovest
di Gerusalemme. Gli Atti degli Apostoli nominano due Filippo e
identificano la loro area missionaria con la Samaria e la Cesarea, in
Palestina, e la Hierapoli e la Frigia/Galazia, in Turchia. Questa è una
ulteriore conferma del fatto che San Filippo svolse la sua attività in
terra turca e non francese. Il legame che c'era tra i due discepoli
potrebbe aver influito sulla leggenda che li vedeva entrambi in
Occidente. E' probabile che Giuseppe, nella sua fuga da Gerusalemme,
abbia portato con sé il sacro veissel. Secondo il Joseph d'Arimathie,
anche nelle "terre lontane" più volte egli implorò aiuto a
Dio prostrandosi dinanzi ad esso. Al momento della sua morte egli lo
lasciò in custodia ai Giudeo-Cristiani che con lui erano fuggiti da
Gerusalemme. Uno degli uomini cui, secondo Robert de Boron, fu affidato
il veissel si chiamava Petrus. Quando a costui venne chiesto il nome
dell'oggetto, egli rispose:
""Non
voglio nasconderlo. Chi vorrà dargli il vero nome dovrà chiamarlo
Graal, perché, a quanto credo, nessuno potrà vederlo senza che gli
rechi piacere.""
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.
Esistono
altri documenti che ci permettono di identificare nella Decapoli la zona
in cui Giuseppe si rifugiò dopo aver lasciato Gerusalemme insieme ai
Giudeo-Cristiani in fuga. Nel IV secolo un anacoreta dalmata di nome
Gerolamo raggiunse la città di Beroe, l'odierna Aleppo, e qui incontrò
alcuni cristiani Nazirei riuniti in una comunità. Essi dichiaravano di
discendere dagli uomini che durante la Guerra Giudaica si erano
rifugiati nella Decapoli. Essi conservavano, in un prezioso codice
scritto in aramaico, un antichissimo testo che chiamavano il Vangelo
degli Ebrei. Gerolamo ebbe la possibilità di constatare personalmente
il valore del manoscritto, poiché gli fu permesso di consultarlo. Quel
testo potrebbe essere una versione contemporanea del Vangelo di Matteo.
Forse si trattava di un testo scritto direttamente da Giuseppe d'Arimatea
o comunque da qualcuno dei primi Giudeo-Cristiani che avevano raggiunto
la Decapoli. Questo testo fu studiato nel 1931 da C.H. Dodd, ma
nonostante gli anni trascorsi ha ricevuto poca attenzione. Il Vangelo
degli Ebrei acquista una grande importanza in quanto è il primo testo a
darci una indicazione scritta su ciò che avvenne della Sindone dopo la
Risurrezione:
"Ora
il Signore, dopo aver dato la Sindone a Petro, apparve a Giacomo." Vangelo degli Ebrei, II sec. Il testo trova un riscontro cronologico
con i testi canonici. Paolo scrive che Gesù
"Apparve a Pietro e quindi ai Dodici. Inoltre apparve a Giacomo." Prima lettera di San Paolo ai Corinzi 15, 5-7. E' curiosa la coincidenza che c'è tra il nome dell'apostolo che ricevette la Sindone e quello dell'uomo che per primo annunciò il nome del vaso contenente il sangue di Gesù, il Graal. La reliquia del Sangue di Gesù che aveva seguito il destino dei Giudeo-Cristiani sulla strada per Pella, veniva forse conservata in una chiesa appositamente costruita tra le rocce della Valle del Mar Morto. Possediamo, infatti, la relazione di viaggio di un pellegrino cristiano di nome Antonino che era partito da Piacenza intorno al 530 per visitare i luoghi santi. Egli raccontò di aver visitato, tra l'altro, l'aspra e paurosa Valle del Mar Morto. Disse che gli fu mostrato un convento situato fra le rocce, eretto fra quelle pietraie perché lassù aveva trovato rifugio la Sindone, il sudario funebre di Gesù Cristo. Aggiunse le parole "Io non ho potuto vederla", in quanto il lenzuolo non si trovava più in quel luogo. il testo di Antonino è una delle testimonianze più antiche della presenza della Sindone in Oriente. Se, dunque, nel 530 la reliquia del Sangue di Cristo non si trovava più in quella chiesa, evidentemente doveva esser stata trasferita altrove. I Giudeo-Cristiani dovettero allontanarsi dalla Decapoli perché nel 131 era scoppiata a Gerusalemme la violenta rivolta di Bar Kocheba, chiamata in seguito Seconda Guerra Giudaica. L'imperatore Adriano aveva identificato nell'Ebraismo e nel nascente Cristianesimo i germi della ribellione, e dopo aver ripreso la città di Gerusalemme diede inizio un processo di annientamento definitivo delle due comunità religiose. I nuclei Giudeo-Cristiani furono costretti a fuggire in terre ancor più lontane dal dominio romano. Uno dei territori più favorevoli era il regno che il re Oshroène si era ritagliato durante la dissoluzione dell'Impero Seleucide. Qui, nei pressi delle montagne del Kara-Dag, intorno al 132 a.C. si era costituita in regno indipendente una città chiamata Edessa, l'odierna Urfa (Turchia). Si trattava di una forte cittadella arroccata sopra una collina e cinta da una grande cerchia di mura. In questa città si succedettero ventinove sovrani, molti dei quali assunsero il nome Abgar. Esistono prove archeologiche di questa fuga da parte dei Giudeo-Cristiani ad Edessa. A Gerusalemme si parlava l'Aramaico, una lingua siriaca. Nella città turca è stata ritrovata una iscrizione in caratteri siriaci dedicata ad una principessa di nome Shalmat: questo prova che nella città turca, nei giorni della distruzione di Gerusalemme, si parlava e si scriveva in aramaico, in una forma molto vicina a quella di Gerusalemme. L'arrivo del cristianesimo ad Edessa, inoltre, coincise proprio con l'entrata in città di un gruppo di Giudeo-Cristiani in fuga dalle pericolose zone sotto il dominio romano. Nella sua Cronaca di Edessa il primo vescovo della città, Palut, scrisse che il "santuario della Chiesa cristiana" era stato distrutto da una inondazione nel 201: questo documento attestava la presenza di una chiesa cristiana già alla fine del II secolo. In quegli anni la cittadella era governata da re Abgar VIII, il cui nome completo era Lucius Aelius Septimius Megas Abgarus VIII (177-212). Secondo il biblista Adolf Harnack re Lucius Abgar VIII era il Britannio rege Lucio cui si riferiva la nota interpolata nel Liber Pontificalis. Sarebbe stato lui a scrivere al papa Eleuterio affinché gli inviasse dei missionari. L'ipotesi è molto interessante, se si considera il fatto che re Abgar VIII fu il solo re Lucius ad abbracciare il Cristianesimo alla fine del Il sec. Si hanno, inoltre, notizie di uno scambio epistolare tra la cristianità edessena e il papa anche in Eusebio; nella sua Historia Ecclesiastica nota che i vescovi di Frigia e Oshroène (di cui Edessa era la capitale) mantenevano contatti con il Papa durante e dopo il pontificato di Eleuterio. Ma perché il rex Lucius era definito Britannio? Harnack rispose anche a questo interrogativo rivelando il fatto che in passato ci si riferiva alla città di Edessa con il termine Birtha: si trattava del nome siriaco dato alla cittadella. La sua traduzione in latino era Britium. La Cronaca di Edessa, ad esempio, scritta in siriaco nel VI sec., sosteneva che "nell'anno 205 Abgar VIII costruì la Birtha". L'identificazione è rafforzata da Clemente di Alessandra che in un brano latino del suo frammentario Hypotyposes (databile alla fine del II secolo) aveva affermato che la tomba di S. Giuda Taddeo si trovava a Britio Edessonorum, la cittadella di Abgar. La nota dell'anonimo copista sul Liber Pontificalis, che era stata fraintesa da Beda, William di Malmesbury e dai monaci di Glastonbury, permette di ricostruire uno scenario più verosimile e storicamente accettabile: sul finire del II secolo il re Lucius Abgar della Britium, la cittadella di Edessa, scrisse a papa Eleuterio affinché costui gli inviasse dei missionari. Il fatto fu appuntato sul margine di una copia del Liber Pontificalis. Il re Abgar accolse, così, nella sua città i Giudeo-Cristiani che cercavano rifugio, i quali costruirono quella che può essere considerata una delle più antiche chiese cristiane liberamente erette. Giuseppe d'Arimatea non si era recato in Britannnia con il Graal: erano stati i suoi discendenti a raggiungere Britium con la Sindone.
Risale
al 375 un testo intitolato Dottrina di Addai, in cui viene riportata la
notizia di uno scambio epistolare avvenuto tra re Abgar V Ukhamm (9-46
d.C.) di Edessa e Gesù. Non fu il primo testo a citare questa
corrispondenza: nella sua Historia Ecclesiastica, ad esempio, Eusebio di
Cesarea (330 ca.) parlò di uno scambio epistolare tra Cristo e Abgar,
sostenendo di aver trovato ad Edessa una copia delle due lettere scritte
in siriaco e trascrivendone la traduzione in Greco.
Il re era gravemente malato; per Procopio di Cesarea (527-565) il
sovrano soffriva di gotta che nessun medico sapeva curare. Abgar così
richiese l'intervento di Gesù:
"Abgarus,
figlio di Ukamas, re, a Gesù, Salvatore benefico che è apparso nel
paese di Gerusalemme. Salute! Ho udito parlare di te e delle guarigioni
che operi senza servirti di rimedi o di erbe. Si racconta che tu
restituisci la vista ai ciechi e fai camminare gli storpi, cacci gli
spiriti impuri e i demoni, che guarisci coloro che sono travagliati da
lunga malattia, che risusciti i morti. Dopo aver udito tutto ciò, sono
convinto che tu o sei Dio, che disceso dal cielo operi tutte queste
meraviglie; o tu sei il figlio di Dio che compi queste cose. Ecco perché
oggi ti scrivo per pregarti affinché tu voglia degnarti di venire da
me, per guarirmi dal male che mi tormenta. Mi hanno detto, d'altra
parte, che i Giudei mormorano contro di te e che vogliono farti del
male: la mia città è molto piccola ma bellissima, e basterà a tutti e
due." Lettera di Re Abgarus di Edessa a Gesù, recapitata a Gerusalemme da
Anania, messaggero del re.
Gesù
declinò l'invito, promettendo di inviargli un suo discepolo che
l'avrebbe guarito:
"Abgarus,
sii benedetto, perché hai creduto in me senza avermi visto. E' scritto
infatti di me che coloro che mi hanno visto non crederanno in me,
affinché coloro che non mi hanno visto credano e vivano. Quanto a ciò
che mi chiedi, di venire da te, ti dico che io debbo portare a termine
qui interamente il fine della mia missione e ritornare, dopo, a colui
che mi ha mandato. Quando sarò là, riceverai da me uno dei miei
discepoli che ti guarirà dal tuo male e ti darà la vita, a te e a
tutti coloro che sono con te. Risposta di Gesù inviata a Re Abgarus di Edessa tramite Anania.
Insieme
alla lettera, Gesù avrebbe inviato al re edesseno anche un telo su cui
era impressa l'immagine del suo volto. Secondo un'altra versione della
leggenda, Abgar avrebbe inviato un legato di nome Anania che
riproducesse in una pittura il volto di Cristo, attraverso il quale
avrebbe ottenuto la guarigione, ma non essendo costui riuscito a
riprodurre il soggetto con la dovuta fedeltà, Gesù impresse il proprio
volto su un fazzoletto inviandolo al sovrano infermo. La leggenda si
ritrova pressoché invariata nel testo apocrifo del XIV secolo Morte di
Pilato:
"Veronica [disse] a lui: "Quando il mio Signore andava in giro predicando, poiché io soffrivo troppo a rimaner privata della sua presenza, volli farmene dipingere il ritratto, di modo che, quando fossi priva della sua persona, mi offrisse almeno conforto la vista della sua immagine. Ma mentre portavo una tela ad un pittore, poiché la dipingesse, il mio Signore mi venne incontro e mi domandò dove andavo. Io gli confessai il motivo per cui mi ero messa in cammino, ed egli allora mi chiese il panno e me lo restituì segnato dall'impronta del suo venerabile volto. Perciò, se il tuo signore guarderà devotamente questo suo ritratto, immediatamente godrà il beneficio della guarigione." Morte di Pilato
Al
tessuto sul quale era impresso il volto di Gesù veniva associato
l'aggettivo rákos tetrádiplon, cioè ripiegato quattro volte doppio.
La Dottrina di Addai affondava le sue radici su un fatto realmente
accaduto: in un periodo imprecisato, alcuni missionari erano giunti ad
Edessa con una immagine del volto di Gesù impressa su un tessuto.
L'anonimo autore si riferì all'immagine descrivendola come un dipinto
che riproduceva le fattezze di Gesù ritratto dal vivo da un inviato di
re Abgar. Riferendosi alle fattezze dell'icona, l'autore notò che non
era stata realizzata con una tinta normale, ma con dei colori speciali.
Il testo doveva esser stato scritto per spiegare l'origine del telo che
si trovava ad Edessa, che riproduceva le fattezze del volto di Cristo.
Ma se la Dottrina di Addai ne parlava ancora come di un dipinto, i testi
successivi abbandonarono l'ipotesi secondo cui si trattava di un'opera
umana: il mandylion (così fu chiamato) venne considerato un grande telo
fatto miracolosamente. Gli Atti di Taddeo, risalenti al VI secolo,
raccontano che Gesù asciugò il suo volto in un tetradiplon e lasciò
le sue fattezze su questa sindon. Secondo
gli studi storici degli ultimi vent'anni il telo tetradiplon potrebbe
essere identificato con la Sindone conservata a Torino. Fu Ian Wilson
nel 1978 a proporre sul suo The Turin Shroud il fatto che il telo
funerario fosse ripiegato su se stesso in modo tale che apparisse solo
il volto. Ed effettivamente l'analisi dei due termini utilizzati dagli
Atti di Taddeo per descrivere il mandylion rende ancor più plausibile
questa identificazione: il primo termine, tetradiplon, richiama il fatto
che era stato visto ripiegato in otto strati, mentre sindon è il
termine con cui gli evangelisti si riferirono al sudario funebre di Gesù.
La Dottrina di Addai e gli Atti di Taddeo, dunque, non sarebbero altro
che il leggendario racconto dell'arrivo della Sindone nella città di
Edessa proprio per mano dei missionari cristiani. Il primo re cristiano
di Edessa, infatti, non fu Abgar V come sostenuto dalla Dottrina di
Addai, ma Lucius Abgar VIII: questo fatto porta a pensare che la
leggenda si riferisca al secondo dei due sovrani. Lo scambio epistolare
tra Abgar V e Gesù sarebbe soltanto la trasposizione leggendaria della
corrispondenza tra re Lucius e papa Eleuterio. Addai (o Taddeo) potrebbe
esser stato uno dei missionari inviati alla città turca o uno dei
Giudeo-Cristiani che si erano rifugiati ad Edessa in seguito alla
Seconda Guerra Giudaica. L'immagine che aveva con sé era la reliquia
del Sangue di Cristo? Si trattava della Sindone conservata con cura
anche dopo la morte del suo primo proprietario, Giuseppe d'Arimatea? Per
studiare questa possibile identificazione, è necessario analizzare le
descrizioni che ne diedero i testimoni oculari e le miniature che i
copisti dell'epoca ci hanno lasciato. Non si sa con certezza l'anno in
cui il Mandylion giunse ad Edessa; nonostante ciò tutti i racconti
convergono nella descrizione di un momento in cui qualcuno entrò in
Edessa recando quella reliquia. L'entrata della reliquia in Edessa
avvenne attraverso la Porta dei Bastioni. Questo fatto ci è riportato
da una pellegrina spagnola, la badessa Egeria, che riferì di aver
visitato la città nel 388 con la guida del vescovo; ella identificò
nella Porta dei Bastioni il luogo attraverso cui - secondo la leggenda -
un uomo di nome Hannan portò in città la lettera di Gesù accompagnata
da un'immagine di Cristo. Un'icona del V secolo riporta la scena della
presentazione dell'Acheiropoietos (così era definito il mandylion) alla
corte del re Abgar. Il momento coincideva con l'apertura ufficiale delle
porte di Edessa ai Giudeo-Cristiani in fuga. Il famoso lino viene
dispiegato dal re Abgar: non si tratta di un fazzoletto dalle ridotte
dimensioni, ma di un lunghissimo telo segnato al centro, come la
Sindone, dall'immagine di un Volto. L'aggettivo utilizzato per
descrivere il mandylion, "Acheiropoietos", significava
letteralmente "non fatto da mani umane". L'uso di questo
termine derivava dal fatto che il mandylion fosse un'icona molto diversa
dalle altre, dipinte su supporti lignei: si trattava infatti di un telo
sul quale era impressa una immagine di sangue, non realizzata, dunque,
da un pittore. Era a tutti gli effetti una reliquia contenente il sangue
di Gesù. Come il Santo Graal.
Le
leggende riguardanti re Abgar (che giunsero in Europa nel 769, grazie ad
un sermone di Papa Stefano III) furono unanimi nella descrizione del
mandylion: tutte attribuirono a quell'immagine il potere di sanarlo
dalla sua malattia; Costantino VII Porfirogenito descrisse così la sua
guarigione miracolosa:
"Solo
Abgar poté vedere l'insopportabile lucentezza che sprigionava il
ritratto che Taddeo aveva posto sulla sua fronte. Dimenticando la
paralisi che da tempo aveva colpito le sue gambe, egli si alzò dal
letto e corse ad incontrare Taddeo". Costantino VII Porfirogenito, Narratio de Immagine
Edessena, 944-959
ca.
Questo
potere taumaturgico proprio del mandylion trova una interessante
corrispondenza nel Graal, anch'esso descritto come un oggetto in grado
di sanare da ogni malattia. Nel Lancelot-Graal è descritto un episodio
che contiene evidenti riferimenti al mandylion giunto ad Edessa:
"Alano
lasciò il paese con il Graal. Giunse in un regno [...] chiamato la
Terra Foranea e vi regnava un re lebbroso di nome Calafa. Alano andò da
lui e gli promise di guarirlo purché facesse quello che egli gli
avrebbe detto. "Se mi giurate di rendermi la salute" gli
rispose il re "non mi ordinerete nulla che io non farò."
"Re, [...] fammi tagliare la testa se in seguito non sarai
guarito." Calafa ordinò di abbattere e di bruciare gli idoli, e
Alano gli impartì il battesimo chiamandolo Alfasem. Poi fece portare il
Graal e, come il re lo ebbe visto, si sentì perfettamente
risanato."
Anonimo, Lancelot-Graal, 1215-1235 Come Abgar, così re Calafa si
convertì al cristianesimo in seguito alla sua guarigione conseguente
all'arrivo nella sua città della reliquia del Sangue di Cristo in mano
ai discendenti di Giuseppe d'Arimatea. Nel Joseph d'Arimathie di Robert
de Boron si può riscontrare un altro riferimento ai poteri del
mandylion nel suo racconto della guarigione del figlio di Vespasiano:
"Era
accaduto che un pellegrino, un uomo povero e di giovane età, avesse
dimorato per lungo tempo in Giudea proprio nei giorni in cui Gesù
Cristo percorreva la regione diffondendo il proprio insegnamento e
compiendo i molti miracoli che aveva la facoltà di operare. [...] Ai
tempi di cui vi parlo, il pellegrino, dopo il lungo soggiorno in Giudea,
si recò a Roma e trovò asilo presso un nobile. Nel frattempo il figlio
dell'imperatore si era ammalato e pativa grandi pene. Si era fatto così
macilento e nauseabondo per le carni che imputridivano per la lebbra,
che nessuno osava rimanergli accanto."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.
La
Vindicta Salvatoris, risalente al IX sec., riporta una simile malattia:
"Tito
aveva un'ulcera, in conseguenza del cancro, sulla narice destra, ed
aveva la faccia piagata fino all'occhio"Vindicta Salvatoris
Del
pellegrino non viene fatto il nome, ma nella letteratura graaliana
contemporanea al Joseph d'Arimathie, si ritrova un altro pellegrino che
visita un palazzo presso cui viene ospitato, al cui interno si trova un
uomo malato. Il suo nome è Perceval o Parzival:
"Il
cavaliere scende per di là. [...] Se ne va lieto vero la porta e trova
abbassato il ponte levatoio. [...] Al centro di una vasta sala quadrata,
che è larga quanto lunga, è seduto un valent'uomo di bell'aspetto, i
capelli già quasi bianchi. [...] Il valent'uomo s'appoggia al gomito.
[...] "Amico, non me ne vorrete se per rendervi onore non m'alzerò:
farlo non mi è agevole." L'ospite risponde: "In nome di Dio,
non datevene pena! Non ho nulla di cui lamentarmi"
Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal, 1188
"Gli versarono da bere e ne ebbero così riguardo che,
tristi com'erano, pure con lui furono lieti. Gli resero onori e degna
accoglienza."
Wolfram von Eschenbach, Parzival, fine XII secolo, 228.
Sia
il pellegrino, sia Perceval-Parzival si interrogano sulla malattia
dell'uomo che li sta ospitando:
"Il
pellegrino fu accolto e ospitato con ogni agio. Dopo che si fu ben
rifocillato, l'ospite gli narrò la grande sventura e il dolore di tutti
per la triste condizione del figlio dell'imperatore."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo. ""Bel
signore" dice la damigella "sappiate che è re, ve lo posso
ben dire, ma fu ferito in battaglia e storpiato sì tristemente che
perse l'uso delle gambe. Si dice che fu un colpo di giavellotto diretto
alle anche a fargli quella ferita. E non ha cessato di soffrirne. Soffre
ancora e non può montare a cavallo. Allora, quando vuole distrarsi, si
fa portare su una barca e va pescando all'amo: per questo è detto il Re
Pescatore."
Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal, 1188 ""Anfortas cerca
sostegno: non può cavalcare né andare, non sdraiarsi né stare ritto.
[...] Un giorno il re cavalcava tutto solo per avventura [...] In una
tenzone venne ferito con una lancia avvelenata di maniera che non guarì
più [...] era stato colpito qui, all'anguinaia."
Wolfram von Eschenbach, Parzival, fine XII secolo, 251 e 479.
"Allora il pellegrino chiese di che sventura e di quale
dolore parlasse, e l'ospite gli raccontò la verità: Vespasiano aveva
la lebbra, dalla quale nessuno sapeva guarirlo. [...] Poi l'ospite
chiese al forestiero se conoscesse un qualche rimedio che potesse
giovare a Vespasiano e favorirne la guarigione. "Sul momento non
saprei dire" rispose l'altro. "Posso però affermare che nel
paese d'oltremare dal quale vengo viveva un grande profeta, certamente
un uomo buono, poiché spesso Dio operava per suo tramite. Lo vidi
guarire gli infermi dalle malattie più diverse, più o meno radicate;
vidi gli storpi tornare diritti, i ciechi rivedere la luce, uomini dalle
carni già putride lasciarlo completamente risanati, e vidi altri
miracoli che non mi basterebbe il tempo per raccontare. [...] Si
chiamava Gesù, figlio di Maria di Nazareth, vicino a Betania. [...] Se
si potesse poi trovare una cosa qualsiasi appartenuta a quel Gesù, il
figlio dell'imperatore sarebbe subito guarito." [...]
"Ascoltatemi tutti, bei signori" disse infine l'imperatore
"mi sta bene mandare i miei messaggeri laggiù per apprendere la
verità dei fatti. Mi riporterebbero notizie buone e liete, se i
miracoli fossero realmente accaduti, e se potessero recuperare un
oggetto qualsiasi che possa curare mio figlio e affrancarlo dalla
malattia."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.
L'unico
modo di guarire dalla malattia l'uomo che li aveva ospitati era quello
di recuperare "una cosa qualsiasi appartenuta a quel Gesù".
Nei tre testi l'oggetto dai poteri taumaturgici è sempre lo stesso: la
reliquia utilizzata per raccogliere il sangue di Cristo. Nel Joseph d'Arimathie
si identifica (come si vedrà in seguito) con la sindone, mentre ne Le
Conte du Graal e nel Parzival si tratta del Graal. Secondo Robert de
Boron, i messi imperiali giunsero in oriente e domandarono ai Giudei:
""Sapreste
indicarci qualcuno che abbia una qualsiasi cosa che gli sia appartenuta?
Se lo trovassimo, vorremmo condurlo via con noi." Uno disse allora
di sapere di una donna che aveva un'immagine del volto di Gesù, che
adorava ogni giorno; ma non sapeva con certezza dove la donna l'avesse
presa, o se l'avesse trovata da qualche parte. [...] "Si chiama
Veronica, è accertato, e abita nella strada della scuola." Appreso
il nome della donna e l'ubicazione della sua dimora, Pilato inviò
subito un messo a cercarla, e Veronica venne appena convocata. [...]
Dopo averle dato il benvenuto, Pilato la prese in disparte e le disse:
"Signora, avete in casa vostra l'immagine di un uomo che adorate
come una reliquia. Vi prego di mostrarmela." [...] Andò via lesta,
dirigendosi spedita verso casa. Appena entrata, chiuse la porta, prese
l'effigie e, nascostala senz'altro indugio sotto il mantello, tornò dai
messaggeri che le riservarono il grande onore di alzarsi in piedi al suo
ingresso e di andarle incontro. "Suvvia, sedetevi" disse la
donna. "Vi mostrerò il sudario nel quale Gesù asciugò il proprio
volto dopo che i Giudei lo avevano condannato. [...] Avevo fatto fare
una sindone, e la reggevo tra le braccia quando sul cammino m'imbattei
nel profeta [...] Subito io presi la sindone e asciugai con cura il
volto del profeta, coperto dal sudore che gli colava su tutto il
corpo."Robert de
Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.
La
descrizione della sindone della Veronica richiama immediatamente le
parole utilizzate da due uomini di Costantinopoli, Costantino VII
Porfirogenito e Gregorio il Referendario, che così descrissero il
mandylion di Edessa:
"Grazie
a una secrezione liquida senza materia colorante né arte pittorica,
l'aspetto del viso si è formato sul tessuto di lino. [...] Tutti sono
d'accordo e convengono che la forma del volto del Signore è stata
impressa in maniera meravigliosa nel tessuto."
Costantino VII Porfirogenito, Narratio de Immagine Edessena, 944-959 ca.
"Lo splendore è stato impresso dalle sole gocce di sudore
dell'agonia sgorgate dal volto [...] l'impronta di Cristo [...] è stata
ulteriormente abbellita dalle gocce di sangue sgorgate dal suo stesso
fianco. [...] sangue e acqua là, sudore e immagine qui.[...] L'immagine
e [ciò] che fece sanguinare il fianco erano della stessa natura che
formò il ritratto."Dall'omelia di Gregorio Arcidiacono e Referendario di Santa Sophia, 16
agosto 944. Anche la Vindicta Salvatoris parla di un'effige del Signore:
"Velosiano
si informò ancora circa l'effige ossia il volto del Signore. Tutti
quelli che erano lì gli dissero: "C'è una donna, di nome
Veronica, che ha l'effige del Signore a casa sua." [...] Essa mostrò
il volto del Signore. Velosiano, appena lo vide, si prostrò a
terra."
Vindicta Salvatoris 24La donna chiamata Veronica accettò di seguire i
messi romani con la sindone:
""Se
credete che possa giovare al figlio dell'imperatore, verrò volentieri
con voi per portare [la sindone] a Roma." [...] Così passarono il
mare e tornarono in patria, giungendo a Roma. [...] L'imperatore [...]
prese la tela tra le mani e la portò nella camera dove il figlio era
stato murato a causa della sua malattia, e l'appoggiò alla finestrella
perché Vespasiano potesse vederla. Ebbene, sappiate che appena il
figlio dell'imperatore l'ebbe guardata, le sue carni tornarono più sane
di quanto fossero mai state, perché tale fu il volere di Nostro
Signore."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.
La
Vindicta Salvatoris usa parole simili per descrivere la guarigione
dell'imperatore Tiberio:
"Allora
Velosiano aprì il mantello con il panno dorato, su cui era impresso il
volto del Signore, e l'imperatore Tiberio lo vide. Egli subito adorò
l'immagine del Signore con cuore puro e la sua carne divenne linda come
la carne di un bambino piccolo. E tutti i ciechi, i lebbrosi, gli zoppi,
i muti, i sordi e quelli colpiti da infermità di vario genere, che
erano lì presenti, venivano risanati e furono curati e mondati." Vindicta Salvatoris 33
E'
un fattore ricorrente nelle leggende sul Santo Graal la presenza di un
sovrano colpito da una grave malattia e risanato dal sangue di Cristo.
Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, re Anfortas veniva mantenuto in
vita dal potere del Graal:
"Anfortas
e la sua gente erano ancor sempre in gran pena per la loro sventura.
[...] Più volte li aveva pregati di morte: e questa sarebbe anche tosto
venuta, se essi non gli avessero spesso fatto vedere il Graal, la forza
del Graal. [...] Il re faceva spesso così: soleva tenere chiusi gli
occhi anche per quattro giorni Allora, gli piacesse o non gli piacesse, lo portavano davanti al
Graal. La sua infermità lo costringeva ad aprir gli occhi. Così, suo
malgrado, doveva vivere e non poteva morire."
Wolfram von Eschenbach, Parzival, fine XII secolo, 787-788.
Anche
i romanzi successivi descrissero il potere del Graal, e in particolare
del sangue di Gesù, di sanare le ferite più gravi. Nel Lancelot-Graal,
scritto tra il 1215 e il 1235 da autori anonimi, venne descritta la
ricerca del Graal da parte di tre cavalieri: Galaad, Perceval e Bohor.
Giunti nel castello del Graal, comparve all'improvviso dinanzi a loro un
Uomo, che sollevò il Graal e si rivolse a Galaad con queste parole:
""Figlio,
sai cosa tengo tra le mani? Il vaso in cui [...] Giuseppe d'Arimatea
raccolse il sangue del Salvatore. Ora hai visto la verità cui aspiravi,
ma [...] prima dovrai guarire Mordrain, il Re Magagnato, ungendolo con
il sangue di questa lancia, che é quella con cui Longino colpì il tuo
Salvatore sulla croce." [...] [Galaad] andò a toccare il sangue di
Nostro Signore che colava dalla lancia, poi passò la mano insanguinata
su Mordrain, che ritrovò subito la vista e il potere sul proprio
corpo."Anonimo, Lancelot-Graal, 1215-1235
E'
ancora il Lancelot-Graal a riportare la guarigione di un cavaliere
malato da parte del Graal:
"[Lancillotto]
vide arrivare un cavaliere malato disteso su una lettiga che si fermava
presso un'antica cappella in rovina. Ne veniva fatto scendere il malato,
che gemeva da spezzare il cuore e implorava Dio di inviargli il vaso
prezioso che lo avrebbe guarito, e le sue preghiere erano così accorate
che era impossibile non restarne commossi. Allora, sul fondo della
cappella, apparivano un grande candelabro d'argento in cui brillavano
sei ceri e, dietro il candelabro, su una tavola anch'essa d'argento, il
Santo Graal velato con un panno bianco. A forza di braccia, come poteva,
il malato si trascinava fino a baciare la tavola, che poi toccava con le
palpebre. "Bel signore Iddio, siate lodato!" diceva intanto.
"Ora io sono mondo, e sano come non avessi mai sofferto!"
Anonimo, Lancelot-Graal, 1215-1235
Un
riferimento ancor più esplicito ai poteri curativi del mandylion si può
trovare nel Perslevaus; qui il cavaliere Lancillotto cura le ferite del
re Méliot proprio per mezzo di un sudario funebre insanguinato:
"La fanciulla condusse Lancillotto nella bella camera dove giaceva Méliot. Lancillotto gli si sedette accanto e gli chiese del suo stato. [...] "Signore, mi colpì il cavaliere che li assediò e che poi trovò la morte. Mi ha procurato ferite così terribili e crudeli che possono essere sanate solo dal tocco della spada che le ha inferte, e se si possiede il sudario col quale il cavaliere fu sepolto, insanguinato dalle sue stesse ferite." [...] Allora gli tolgono le bende mettendo allo scoperto la piaga, che Lancillotto e la damigella toccano con la spada e il sudario. Méliot ne trae immediato sollievo, e dice di sentirsi bene e che ormai non teme più di morire." Anonimo, Perslevaus o Il Nobile Libro del Graal, 1191-1225 ca., ramo X. Il fatto che alla Sindone e al Graal sia stato attribuito questo comune potere di guarire dalle ferite è un ulteriore elemento a favore di una possibile identificazione dei due oggetti.
La
reliquia del Sangue di Cristo non poté essere esposta a lungo ad Edessa:
nel 212 Caracalla occupò la città costituendo una base militare romana
che prese il nome di Colonia Edessenorum. A causa delle persecuzioni
romane, la comunità cristiana edessena dovette sprofondare nella
clandestinità. Secondo alcuni documenti un vescovo nascose il telo
acheiropoietos in una nicchia nell'alto delle mura della Birtha, la
cittadella di Edessa, che fu poi accuratamente murata. Furono certamente
pochi i testimoni di questo occultamento, e nel corso dei secoli si
sarebbe perduta la memoria del luogo ove era stato nascosto il
"lino non dipinto da mano umana".
Quando, un secolo dopo, Costantino legittimò il Cristianesimo in tutto
l'impero, il vescovo edesseno Qona fece costruire una chiesa nei pressi
della sacra sorgente del Cellirhoe. Nonostante fosse ignoto il luogo ove
il Telo Acheiropoietos era stato riposto, la notizia della presenza ad
Edessa del lenzuolo sindonico si era ormai diffusa in tutto l'Oriente.
Il fatto è avallato dal ritrovamento di antichi testi in lingua
georgiana scritti da un monaco e storico di nome Niaforis. Datati
intorno al 325, riportano una antica tradizione della Chiesa nascente,
secondo cui il Telo Sindonico sarebbe stato raccolto dall'apostolo
Pietro e successivamente nascosto in un luogo ignoto.
Il mandylion fu ritrovato soltanto nel VI secolo; una delle ipotesi è
che il rinvenimento sia avvenuto in occasione dell'inondazione del
Daisan, il corso d'acqua che attraversa Edessa. La notizia è riportata
da un cronista dell'epoca, Procopio di Cesarea, che fa risalire lo
straripamento al 525. Forse durante i restauri della chiesa di Santa
Sofia, messi in atto da Giustiniano, l'immagine venne rinvenuta nella
nicchia in cui era custodita. Una seconda versione, forse più
leggendaria, è legata all'assedio di Edessa da parte dei persiani.
Nello stesso periodo, infatti, Cosroe I Anushirwan "il Grande"
dilatò i confini meridionali del suo impero fino allo Yemen, e in
seguito si diresse ad ovest, contro l'Impero Romano. Quando, nel 544,
giunse sotto le mura di Edessa, il vescovo della città fu avvertito in
sogno della presenza all'interno delle mura di una cavità, all'interno
della quale gli assediati trovarono la reliquia. L'esercito di Cosroe
tolse l'assedio, probabilmente in seguito ad un incendio scoppiato
nell'accampamento persiano, ma gli edesseni attribuirono all'immagine
presente sul telo il potere di aver contribuito a respingere gli
assalitori. Si tratta di una virtù attribuita anche al Graal: nel già
citato brano del Joseph d'Arimathie di Robert de Boron, Gesù dice a
Giuseppe d'Arimatea:
""Quanti
vedranno il tuo veissel [...] non saranno defraudati e vinti in
battaglia."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.
L'assedio
persiano ci è stato tramandato dal Prefetto Imperiale di Antiochia,
Evagrio Scolastico, nato in Siria verso il 530. Nei suoi scritti si
riferisce al mandylion con le parole Theoteuktos Eikon, immagine fatta
da Dio. L'avvenimento è riportato anche da un Inno celebrativo scritto
in siriaco proprio in quei giorni da un anonimo poeta religioso. Quando
nel 545 Giustiniano firmò una tregua con i Persiani, in Edessa furono
completati i lavori di costruzione di una grande chiesa, l'Haghia Sophia
("Divina Sapienza"). Il mandylion, che riportava la immagine
acheiropoieta, fu portato al re che fece fissare l'immagine sopra una
tavola ornata d'oro. Nelle riproduzioni l'icona è rappresentata come un
rettangolo molto largo, al centro del quale compare il volto di Cristo
in un cerchio spostato verso l'alto. Intorno ad esso si trova una
griglia, una specie di graticcio a losanghe, ognuna con un fiore al
centro. Il motivo a traliccio era stato al tempo degli Abgar la
decorazione dei paramenti reali. Sui lati destro e sinistro si scorgono
le frange di un tessuto. E' lecito supporre che il mandylion fosse in
realtà la Sindone ripiegata e conservata in un reliquiario: il telo così
piegato (tetradiplon) nascondeva l'impronta del cadavere nudo e
insanguinato, facendo castamente emergere soltanto il Volto. Nella
Vindicta Salvatoris si legge la descrizione del modo in cui il romano
Velosiano avrebbe custodito il volto di Gesù impresso su un tessuto,
che ricorda molto la forma del mandylion:
"Lo
prese, lo avvolse in un panno dorato, lo collocò in uno scrigno e lo
sigillò col proprio anello." Vindicta Salvatoris
In
uno dei primi racconti in prosa sul Graal, il Diu Krône, scritto
intorno al 1220 dall'austriaco Heinrich von dem Türlin di Känten, fu
descritta una dama che avanzava, in una stanza del castello del Graal,
con in mano un panno di seta ricamato sul quale era posato un graticcio.
Assistendo alla scena Galvano pensò che si trattasse di una sacra
reliquia custodita in un reliquiario. Si tratta della stessa reazione
che avrebbe avuto un qualsiasi testimone che avesse visto la Sindone
ripiegata sotto la sua grata: il Diu Krône descriveva la visione del
mandylion da parte di un pellegrino giunto ad Edessa? In uno dei
prossimi capitoli verrà discussa la possibilità che il Santo Graal
fosse in realtà il "Santo Graticcio" all'interno del quale
era custodito il sangue di Gesù impresso sulla Sindone.
La dama che reca il panno coperto dal graticcio richiama immediatamente
la prima damigella del Graal che comparve nella storia della
letteratura: quella che sfilò davanti a Perceval, recando nelle mani un
calice splendente.
"Una
fanciulla molto bella, slanciata e ben adorna veniva coi valletti e
aveva tra le mani un graal."
Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal, 1188
Le
Conte du Graal fu lasciato incompiuto. Quattro autori si avvicendarono
per realizzare altrettante Continuazioni della storia. Nella prima di
esse si dice che il Graal era stato "fabbricato" sul monte
Calvario da Giuseppe d'Arimatea e da Nicodemo, che aveva
"modellato" una testa rassomigliante a quella del Signore.
Secondo la narrazione, però, Gesù stesso ci aveva messo la mano, poiché
quel ritratto "non era fatto da mano umana". Questa
caratteristica della testa poteva essere espressa in greco dal già
citato termine acheiropoiétos, associato solitamente alla sacra
reliquia conservata a Edessa raffigurante il volto di Cristo. Può
stupire la presenza in un testo graaliano di un riferimento così
esplicito al volto di Edessa: è spiegabile, però, se si ipotizza che
gli autori dei romanzi sul Graal si affidarono per descrivere tale
misteriosa reliquia alle "voci" che circolavano in Occidente
sull'esistenza di un Oggetto che conteneva il sangue di Gesù, ritenuto
erroneamente un calice.
Ci sono altri elementi che sostengono l'ipotesi secondo cui, ripiegato
dietro il volto, ci fosse l'immagine dell'intero corpo di Gesù. A metà
del X secolo un medico di nome Smera trovò un antico testo siriaco,
risalente al VI-VII secolo, che descriveva le vicende del Telo
Acheiropoiétos. Egli lo tradusse in latino. Il testo raccontava che sul
"linteum" presentato ad Abgar non soltanto la "faciei
figuram sed totius corporis figuram cernere poteris": non solo il
Viso ma tutta la figura del corpo era visibile. Il Telo era rimasto
incorrotto nonostante la sua antichità e il lungo periodo durante il
quale era stato nascosto. Veniva conservato in un reliquiario adornato
da una cornice, e non poteva essere visto dalle folle se non in
occasioni particolari e a Pasqua, consuetudine, questa, che si sarebbe
mantenuta fino ai giorni nostri. La lettura dell'immagine non era
affatto semplice: essa appariva evanescente, ed alcuni testi
descrivevano esplicitamente una piaga che si vedeva nel costato. Ne Il
più antico testo latino su Abgar del X sec., identificato dal nome
Codex Parisiensis B.B. Lat. 6041, viene citata la lettera di Gesù ad
Abgar. In essa non si descrive più soltanto un volto, ma un l'immagine
di un intero corpo:
"Si
vero corporaliter faciem meam cernere desideras, heu tibi dirigo linteum,
in quo non solum faciei mee figuram, sed tocius corporis mei cernere
poteris statum divinitus transformatum"
Il più antico testo latino su Abgar del X sec.
Il
re avrebbe potuto contemplare sul lenzuolo "non soltanto l'aspetto
del mio volto, ma la statura di tutto il mio corpo impresso per
intervento divino". Gesù spiega anche il modo in cui l'immagine si
sarebbe impressa: Egli "supra quoddam linteum ad instar nivis
candidatum toto se corpore stravit, in quo, quod est dictu et auditu
mirabile, ita divinitus transformata est illus dominice faciei figura
gloriosa et tocius corporis nobilissimus status, ut qui corpolariter in
carne dominum venientem minime viderunt, satis eis ad videndum suficiat
transfiguratio facta in linteo"
Il più antico testo latino su Abgar del X sec. Gesù "si adagia in
tutta la sua lunghezza su un telo bianco come la neve e, meraviglia a
dirsi e capirsi, per azione di Dio i tratti gloriosi del volto del
Signore e la nobilissima statura di tutto il suo corpo vi si
impressero".
Al mandylion fu destinata una cappella nella chiesa dell'Haghia Sophia,
a destra dell'abside. Si trattava di una collocazione molto simile a
quella che Guarino Guarini avrebbe pensato molti secoli dopo per il
Duomo di Torino. Le "ostensioni" poterono svolgersi fino a metà
del VII secolo, quando gli Arabi ridussero in condizioni di vassallaggio
la città di Edessa. Il culto era praticabile soltanto se depurato da
cerimonie esterne: cessarono, dunque, le processioni, i rintocchi di
campana, scomparvero le croci sulle cupole e soprattutto le esposizioni
di immagini, considerate blasfeme.
Quando nel 678 scoppiò un terremoto che danneggiò la Chiesa dell'Haghia
Sophia, il califfo Mouawiwya andò contro le usanze islamiche facendola
restaurare. Qualcuno ha intravisto, dietro questo gesto, il misterioso
prestigio che l'Oggetto custoditovi manteneva anche di fronte agli
Infedeli. Sotto il dominio arabo, la visibilità e il culto del
mandylion divennero molto prudenti, e con ogni probabilità si perse la
"memoria visiva" delle reali fattezze e dimensioni della
Sindone ripiegata nel reliquiario. Tra il VI e il VII sec. il mandylion
acquistò una notorietà universale. Testimoniano questa celebrità
numerosi testi che lo citano, primo tra tutti una relazione del II
Concilio di Nicea del 787. Si era in pieno periodo iconoclasta, e il
culto delle immagini era da alcuni ritenuto blasfemo. L'immagine di
Edessa fu citata da coloro che difesero la legittimità delle immagini
religiose quale antica tradizione cristiana. Furono sottolineate in
particolare il valore e la pietà ininterrotta destata dal mandylion
edesseno. Questo fatto ci fa ritenere che l'immagine presentasse
caratteristiche tali da permetterle di superare tutti gli altri supposti
ritratti di Cristo nella venerazione dell'Oriente. Tale notorietà
dovette raggiungere anche la città che a quel tempo custodiva la più
ricca collezione di reliquie del mondo: Costantinopoli.
A
Pella, una città della Decapoli, al di là del Giordano, prima della
sollevazione anti-romana si sono rifugiati i cristiani, recando con sé
"le cose sacre" (Eusebio, Storia ecclesiastica, III, 5, 2-3).
Salvatore Acheropita (Mandylion del Re Abgar). È la più antica rappresentazione di Cristo e riproduce, secondo la tradizione, le sembianze reali di Gesù impresse sul "mandylion", fazzoletto di lino che sarebbe stato inviato da Cristo stesso al re Abgar. In questa icona è raffigurato il solo Volto di Cristo, sullo sfondo di un nimbo cruciforme simbolo del Suo Sacrificio. I capelli sono divisi simmetricamente e scendono sui due lati del capo ripartendosi in due ciuffi quasi all'altezza della lunga barba biforcata. La fronte è ampia, il naso lungo, gli occhi spalancati con le pupille asimmetriche, "aperti" in ogni direzione; la bocca piccola. Il tutto esprime una regale bellezza, quella del Dio-uomo venuto sulla terra per salvare l'umanità. È da rilevare la profonda somiglianza tra le diverse Immagini di questa icona con il Volto impresso sulla Sindone di Torino.