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La storia di Re Abgar

 

a cura di Pino Cangemi

 

CORRISPONDENZA TRA ABGAR E GESU'

(Testo di Eusebio di Cesarea) dai VANGELI APOCRIFI

 

 

Copia della lettera scritta dal re Abgar a Gesù e inviata a Gerusalemme per mezzo del corriere Anania

 

[1] Il re Abgar Ukkama a Gesù salvatore buono apparso nella regione di Gerusalemme, salute!

"Ho udito parlare di te e delle guarigioni che tu operi senza alcun medicamento e senza erbe. Giacché, a quanto si dice, tu fai vedere i ciechi e camminare gli storpi; tu purifichi i lebbrosi, scacci gli spiriti impuri e i demoni, guarisci gli oppressi da malattie croniche e risusciti i morti.

[2] Udendo di te tutte queste cose, mi sono ora convinto che una di queste due cose è vera: o tu che operi queste meraviglie sei Dio stesso disceso dal cielo, oppure tu, compiendo queste cose, sei il Figlio di Dio.

[3] Ti ho scritto perciò per supplicarti di venire da me a guarirmi dalla malattia che mi affligge. Ho anche udito che gli Ebrei mormorano contro di te e vogliono farti del male: sebbene la mia città sia molto piccola, è tuttavia onorabile e basterà a tutti e due".

 

Risposta di Gesù al re Abgar per mezzo del corriere Anania

Te beato Abgar, e così pure la tua città di nome Edessa, perché hai creduto in me senza avermi visto. Quanto poi a ciò che mi hai scritto, chiedendomi di venire da te, sappi che è necessario che il figlio di Dio sia consegnato nelle mani dei peccatori, sia crocifisso, sepolto e risorga il terzo giorno. Devo dapprima compiere ciò che mi è stato ordinato da chi mi mandò. Alla fine sarò assunto dal padre che mi inviò. Dopo la mia assunzione verrà da te uno dei miei discepoli di nome Taddeo, questi curerà il tuo male e accorderà per mezzo mio la vita eterna e la pace a te e ai tuoi tutti. Riguardo alla tua città che mi hai descritto piccolissima, ecco che io la ingrandirò e farò in modo che nessuno dei tuoi nemici se ne impadronisca fino alla fine del mondo. Sta scritto a mio riguardo: beati quelli che mi hanno visto e creduto, ma tre volte più beati quelli che han creduto senza avermi visto! Ti sarà accordata una salute diuturna per l’anima e per il corpo e parimenti alla tua famiglia, a salvezza di chi ti vede. Io infatti ho piegato i cieli e sono disceso per causa del genere umano. Ho preso dimora in seno verginale per cancellare la trasgressione avvenuta in paradiso. Mi sono umiliato per fare grandi voi! Questa mia lettera, ovunque venga esposta: durante un processo o in tribunale, in casa o al mare, sulle persone congelate, sui febbricitanti, su chi è preso da brividi, su coloro che gettan la bava, legati da un nodo magico, ribollenti, ammalati o simili, Essa scioglierà tutti costoro dai loro mali. Chi però la porterà con sé deve starsene lontano da ogni cattiva azione e deve dire: “Questa lettera mi servirà sicuramente per guarire e per una gioia sicura”. Cio’ che e’ scritto e’ stato scritto di mia mano e vi ho apposto il mio sigillo. Sette sono i sigilli qui impressi:

per i simboli e per la spiegazione dei simboli enunciati dal Cristo, provate a richiederli via e-mail

[5] A queste lettere era annessa anche la seguente narrazione in lingua siriaca.

Dopo l'ascensione di Gesù, Giuda, detto pure Tomaso, gli mandò l'apostolo Taddeo, uno dei settanta. Questi, quando giunse, si fermò presso Tobia, figlio di Tobia. Si divulgò la notizia della sua venuta e fu riferito ad Abgar che era arrivato un apostolo di Gesù, come gli aveva scritto.

[6] Con la virtù divina, Taddeo principiò a guarire ogni genere di malattie e di infermità, sicché tutti si stupivano. Quando Abgar venne a conoscenza delle magnifiche e stupende opere che faceva e delle guarigioni che operava, ebbe il sospetto che fosse davvero colui di cui gli aveva scritto Gesù: "Dopo che sarò salito, ti manderò uno dei miei discepoli affinché ti guarisca dalla malattia".

[7] Chiamò dunque Tobia, presso il quale abitava, e gli disse: "Ho udito che in casa tua è venuto ad abitare un uomo potente. Conducilo da me". Quando tornò, Tobia disse a Taddeo: "Il re Abgar mi ha chiamato e mi ha dato ordine di condurti da lui, affinché tu lo guarisca". Taddeo rispose: "Andrò, giacché sono stato inviato a lui con potenza"

[8] Il giorno seguente, di buon mattino, Tobia prese con sé Taddeo e si recò da Abgar. Quando entrò, attorno al re vi erano tutte le più grandi autorità; e subito, ai primi passi, Abgar vide sul volto dell'apostolo Taddeo qualcosa di divinamente grande e si prostrò davanti a lui. Tutti i presenti si stupivano, non avendo visto nulla di quanto era apparso soltanto ad Abgar.

[9] Questi interrogò così Taddeo: "Sei tu veramente un discepolo di Gesù, Figlio di Dio, che mi disse: "Ti manderò uno dei miei discepoli affinché ti guarisca e ti offra la vita"?". Taddeo rispose: "Sono stato inviato a te perché tu hai creduto. Se continuerai a credere, tutti i desideri del tuo cuore si compiranno secondo la tua fede".

[10] Ed Abgar a lui: "Ho talmente creduto in lui che avrei voluto radunare un esercito per distruggere gli Ebrei, suoi crocifissori, se non fossi stato ostacolato dall'impero romano". Taddeo disse: "Nostro Signore compì la volontà del Padre suo e, dopo averla compiuta, ritornò a lui".

[11] Abgar gli disse: "Ed io ho creduto in lui e nel Padre suo". E Taddeo: "Nel suo nome quindi ti impongo la mano". Subito dopo questo egli fu risanato dal malanno e dalla malattia di cui soffriva.

[12] All'udire che dal suo discepolo Taddeo era realizzato quanto aveva udito di Gesù, il re si stupì: senza medicine, infatti, e senza erbe, non solo aveva risanato lui, ma anche Abdo, figlio di Abdo, sofferente di podagra, che era venuto ai suoi piedi ed era stato guarito dopo avere ricevuto la benedizione con l'imposizione delle mani. Diede la salute a molti altri abitanti di quella città, operò grandi miracoli e annunziò la parola di Dio.

[13] Dopo di questo Abgar disse: "Tu, Taddeo, fai questi prodigi con la potenza di Dio e noi ne siamo ammirati, ma ora ti preghiamo di parlarci della venuta di Gesù, come avvenne, della sua potenza e per quale virtù egli ha compiuto le cose che ho udito raccontare".

[14] Taddeo rispose: "Ora io tacerò. Essendo però stato mandato ad annunziare la parola di Dio, raduna (domani) tutti i cittadini: predicherò a tutti e seminerò nei loro cuori la parola di vita. Dirò ad essi come si realizzò la venuta di Cristo, parlerò della sua missione e del motivo per cui fu mandato dal Padre, della sua potenza, delle sue gesta, delle misteriose verità che rivelò al mondo, e dirò in virtù di quale forza egli ha compiuto tutto questo; parlerò della novità della sua predicazione, della sua umiltà e modestia. Esporrò come egli si sia abbassato, come cioè Ä per così dire Ä depose e diminuì la sua divinità, come fu crocifisso, discese nell'Ade e aperse quella prigione chiusa da molti secoli, come abbia risuscitato dei morti, come sia disceso laggiù solo e sia ritornato al Padre scortato da una grande folla".

[15] Abgar diede poi ordine ai cittadini che si radunassero di buon mattino per ascoltare la predicazione di Taddeo, al quale fece offrire monete e verghe d'oro. Ma egli rifiutò affermando: "Avendo rinunziato ai nostri beni, come prenderemo quelli degli altri?". Ciò ebbe luogo nell'anno trecento e quaranta.

Icona del Re Abgar con
l'immagine di Cristo

LA STORIA

Abgar V, re (toparca) di Edessa, vissuto nella stessa epoca di Gesù Cristo, è stato descritto come un monarca saggio, intelligente, dalla conversazione tanto affascinante che l'interlocutore non lo lasciava più andare. Si raccontava, infatti, che recatosi a Roma a visitare l'imperatore Augusto, questo, preso dalla sua conversazione, continuava a trattenerlo e a non lasciarlo più tornare in patria. Abgar, dotato anche di grande spirito, aveva voglia di tornarsene a casa. Per farlo, escogitò uno stratagemma. Era andato a caccia nella campagna romana e aveva catturato degli animali; per ciascuno di questi, aveva fatto prendere della terra, dal posto dove ognuno di quegli animali era stato catturato. Rientrato a Roma, aveva fatto disporre la terra in varie parti del circo e, alla presenza dell'imperatore, aveva fatto lasciar liberi gli animali. Ognuno di questi, riconoscendo la propria terra, andò a mettersi su quella dov'era stato preso. Nello stesso momento, Abgar, che era seduto accanto all'imperatore, gli si buttò ai piedi abbracciandogli le ginocchia e chiedendogli come pensasse che egli potesse sentirsi, lontano dalla moglie, dai figli e dal regno, che, se anche piccolo, era pur nella terra dei suoi padri. Fu così che l'imperatore Augusto si decise a farlo partire, chiedendogli di esprimere un desiderio. Abgar gli chiese la costruzione di un circo nella sua città.  Al suo ritorno, gli abitanti, pieni di curiosità, gli domandarono cosa l'imperatore gli avesse donato. La risposta fu: <dispiaceri senza danno e piaceri senza profumo> (alludendo alle passioni che il circo suscitava) .
In età avanzata Abgar, fu colpito dalla gotta e aveva atroci dolori, che gli toglievano la possibilità di muoversi. Nessun sollievo ai suoi tormenti e nessun giovamento gli avevano dato le cure dei migliori medici, che egli aveva fatto venire da ogni dove.
Abgar era a conoscenza dei racconti dei viaggiatori provenienti dalla Palestina, sui miracoli di Gesù, figlio di Dio. I racconti narravano che Gesù richiamava in vita i morti, come se li svegliasse dal sonno, apriva gli occhi ai ciechi dalla nascita, <purificava> coloro che avevano tutto il corpo coperto di lebbra (per gli ebrei, la lebbra era considerata una punizione di Dio per i peccati degli uomini), guariva coloro che erano storpi nei piedi e curava tutte le malattie che i medici definivano inguaribili. Dopo aver sentito di tutti questi miracoli, preso coraggio, Abgar decise di scrivere una lettera a Gesù, per invitarlo ad andare a vivere da lui, <dal momento che in Palestina vi erano gli ebrei, che, per nuocergli, ordivano contro di lui>. Gesù gli rispose che non poteva accettare l'invito, perché aveva da tornare da Colui che lo aveva mandato. Da lui sarebbe andato un suo discepolo, che lo avrebbe guarito dal male, ridando la vita a lui e ai suoi familiari.
Si raccontava che la lettera contenesse anche una postilla, secondo la quale la città di Edessa non sarebbe stata mai espugnata dai barbari. Il testo della lettera d'Abgar V diceva: <Abgar figlio di Ukamas, toparca, saluta Gesù il buon Salvatore, che si trova a Gerusalemme. Ho sentito parlare di te e delle portentose guarigioni che tu hai operato, senza medicine ed erbe. Come si dice, ridai la vista ai ciechi, raddrizzi gli zoppi, purifichi i lebbrosi, allontani gli spiriti impuri e i demoni, sani coloro che sono afflitti da gravi malattie e resusciti i morti. Avendo sentito tutte queste cose sul tuo conto, ho fermamente pensato una di queste due cose: o che tu sei Dio sceso dal cielo per fare queste opere prodigiose; o sei figlio di Dio, dal momento che compi simili prodigi. Perciò con questa lettera ti prego di venire da me e guarirmi dal male che mi affligge. Così potrai sfuggire anche alle insidie, che, come ho sentito, i giudei ordiscono contro di te per nuocerti. La città su cui regno, sebbene piccolissima, ma santa, sarà sufficiente per entrambi>.
La lettera fu spedita con un corriere di nome Anania. Gesù, a mezzo dello stesso corriere, inviò la risposta soprariportata. Eusebio di Cesarea (c.a. 264-337) riporta anche il seguito della storia, raccontando che Gesù, dopo essere tornato in cielo, aveva mandato ad Abgar, come aveva promesso, l'apostolo Taddeo. Costui si recò a Edessa, ospitato nella casa di Tobia (figlio di Tobia). Presto si diffuse la notizia che era giunto un apostolo di Gesù, che operava guarigioni di ogni malattia e infermità.  Abgar, venuto a conoscenza delle grandi guarigioni compiute dall'apostolo, si rese conto che si trattava dell'apostolo che Gesù gli aveva indicato nella lettera. Il re fece chiamare Tobia e gli chiese di condurgli l'uomo potente che si era fermato nella sua casa. Tobia riferì a Taddeo dell'invito e questo gli confermò <di essere stato mandato dalla potenza divina>. Tobia condusse Taddeo alla presenza del re e dei notabili; quando fu al suo cospetto, il re notò <una grande visione sul volto dell'apostolo>. Abgar quindi s'inginocchiò ai suoi piedi, con meraviglia degli astanti, che non avevano visto la visione apparsagli e chiese a Taddeo se fosse veramente il discepolo di Gesù, figlio di Dio. Taddeo confermò di essere stato mandato, perché egli aveva avuto una gran fede in Colui che lo aveva inviato. <Se ancora avrai fede> aggiunse Taddeo <si avvereranno i desideri del tuo cuore>. Abgar confermò che la sua fede era stata grande e, se non glielo avessero impedito i romani (cioé i bizantini), avrebbe mandato un esercito per sterminare gli ebrei, che avevano crocifisso Gesù. Allora, dopo aver imposto la mano su Abgar, Taddeo lo guarì dai suoi mali. Vi era anche un risvolto nella lettera di Gesù. Nella chiusa della lettera vi sarebbe stata una postilla, rimasta segreta, ma conosciuta dagli abitanti d'Edessa, in cui Gesù avrebbe aggiunto che la città sarebbe stata inespugnabile da parte dei barbari. Quest'aggiunta sarebbe stata scolpita sulle porte della città, al posto di qualsiasi opera difensiva. Evagrio di Epifania (c.a 536-600), che riferiva la circostanza, citava Eusebio di Cesarea, al quale si riportava, scrivendo che costui aveva letto il testo della lettera, ma non aveva trovato questa postilla.
 Era da ritenere esatto che Eusebio avesse letto il testo della lettera (di cui circolavano diverse copie); esse però non risalivano all'epoca di Gesù, ma all'anno 174, cioè al tempo di s. Taddeo, che se ne serviva nella sua predicazione. Vi è di più. Alla corrispondenza intercorsa tra Gesù e Abgar, era collegata anche l'immagine di Gesù. Di questa immagine parla per la prima volta Evagrio in occasione dell'assedio di Edessa, da parte di Kosroe I, come vedremo più avanti.  Evagrio racconta che Abgar voleva conoscere Gesù e gli aveva chiesto una sua immagine, e Gesù gliel'aveva mandata. La caratteristica dell'immagine precisava Evagrio <era di non essere stata dipinta da mani umane>.
Quest'immagine, che non era l'unica a circolare, da Edessa fu successivamente trasferita a Costantinopoli, dove ebbe origine il culto del Sacro Volto.

KOSROE I PONE L'ASSEDIO A EDESSA

Qualche centinaio d'anni dopo gli avvenimenti narrati, durante il regno di Kosroe (Khusraw) I, questo sovrano, secondo il racconto di Eusebio, era venuto a conoscenza della diceria dei cristiani, relativa all'imprendibilità della città di Edessa.
Ritenendola una provocazione e facendone una questione d'orgoglio, aveva deciso di andare a conquistarla. In effetti Edessa (attuale Urfa in Turchia) era un'importante piazzaforte, posta ai confini tra l'impero romano (d'Oriente) e la Mesopotamia, che ciascuno dei due imperi voleva per sé. Kosroe vi aveva posto l'assedio e dopo otto giorni aveva deciso di costruire una collina artificiale (chiamata dai romani latini, adgestum), in modo da superare in altezza le mura. Servendosi degli unni, arruolati nel suo esercito, fece disporre tronchi d'albero, completi del fogliame e su questi fece buttare uno strato di terra e pietre, avanzando in questo modo. Rese compatta la collina, piantando tutt'intorno tronchi di legno infissi in modo che elevandosi essa non franasse.
Quando la collina raggiunse una certa altezza, dalla città i difensori iniziarono un'azione di disturbo, scagliando dardi e pietre con le fionde. Per ripararsi, i persiani tesero davanti a coloro che lavoravano delle cortine intessute con lana di capra, molto grosse e spesse (chiamate cilicie), attaccandole a lunghi pali. In questo modo le frecce e le pietre erano bloccate. Gli abitanti, sgomenti, mandarono messaggeri a Kosroe, il quale pose, a scelta, due condizioni. Chiese la consegna di due suoi sudditi (Pietro e Peronio), che si erano rifugiati in città. Oppure, gli abitanti dovevano sborsagli cinquecento centenari (una somma ingente), o ricevere in città suoi inviati che avrebbero requisito tutto l'oro e l'argento che avrebbero trovato, lasciando tutti gli altri beni ai legittimi proprietari.
Durante le trattative, i lavori presso la collina continuavano. Dal loro canto gli abitanti della città (erano bizantini ma secondo l'uso, come abbiamo detto in altra parte, erano indicati come romani) cercarono di alzare le mura dalla parte della collina, ma interruppero i lavori, perché la collina era sempre più alta. Le trattative continuavano tra le due parti, che si facevano reciproche accuse, le une accusavano Kosroe, le altre Giustiniano (v. I mille anni dell'Impero bizantino) e che non riuscivano a raggiungere una pace.
Nel frattempo i romani incominciarono a scavare una galleria, che doveva giungere al centro della collina. I persiani, che erano sulla collina, avvertirono i rumori e, intuendo quello che stava succedendo, si misero a scavare verso il basso, per sorprendere i romani che scavavano sotto. A questo punto le trattative furono troncate e le due parti si prepararono allo scontro. I romani diedero fuoco ai tronchi della caverna, senza però ottenere l'effetto desiderato, in quanto il fuoco, non divampava. Continuarono a buttarvi legna fino a quando, finalmente i tronchi s'incendiarono e il fuoco divampò per tutta la collina.
Durante la notte, il fumo fuoriusciva da vari punti della collina e i romani, non volendo che i persiani si rendessero conto di ciò che stava succedendo, ricorsero ad uno stratagemma. Riempirono dei vasi con bitume, zolfo e tizzoni ardenti (che avrebbero fatto fumo) e li lanciarono sulla collina unitamente a dardi incendiari. I persiani di sentinella, si precipitarono per spegnere il fuoco, pensando che il fumo fosse prodotto dai vasi incendiari. Al mattino però, Kosroe si recò sul posto e si rese subito conto di quello che stava succedendo, e cioè che il fumo veniva da sotto la collina e non dai vasi e dai dardi lanciati. Diede ordine, quindi, di buttare acqua e terra nei punti in cui usciva il fumo, ma questo, se cessava da una parte, usciva da un'altra, e non si riusciva a risolvere la situazione, con dileggio dei romani nei loro confronti. Verso sera il fumo divenne così intenso da essere visibile nelle città vicine. Alla fine, la collina prese fuoco.
I persiani desistettero da questa impresa e tentarono di attaccare le mura. La città si difese, con la collaborazione delle donne e dei bambini, che portavano pietre e vasi d'olio bollente, lanciato con appositi aspersori. Alla fine Kosroe dovette ritirarsi, sbeffeggiato dai romani. Un ulteriore attacco alle mura fu ugualmente respinto, per cui Kosroe mandò un interprete (Paolo) e, dopo altre trattative, accettò una somma più modesta (cinque centenari), rilasciando un impegno scritto, con cui assicurava che non avrebbe più tentato di prendere la città. Questa è la versione storica di Procopio. Quella invece data da Eusebio dicono fu manipolata per fini religiosi ma non lo crediamo. Eusebio, riferendosi alla galleria che non prendeva fuoco, racconta invece che: <gli abitanti della città, non sapendo cosa fare, presero l'immagine che Gesù aveva mandato ad Abgar e la portarono all'ingresso del cunicolo, l'aspersero con acqua benedetta e diedero fuoco ai materiali combustibili e alle travi>. <La potenza divina> scrive Eusebio <fece ciò che prima non era stato possibile ottenere. Le travi s'incendiarono e alla fine tutto il rinterro prese fuoco>. Eusebio termina così il racconto: <Kosroe dovette abbandonare l'impresa (di conquistare la città), illudendosi di sconfiggere Dio, e in modo inglorioso se ne tornò al suo paese>. Edessa sarà conquistata dai Persiani molti anni dopo, nel 608, successivamente riconquistata da Eraclio nel 622 e 628, passò poi agli arabi nel 638. Durante il periodo crociato, diventerà feudo cristiano dei re di Gerusalemme (che avevano anche il titolo di conti di Edessa e signori di Sidone e Cesarea). Nel 1144 sarà il primo dei quattro stati d'Oltremare, formatisi con la prima crociata, ad essere perduta dai cristiani ad opera di Zengi-Zinki (padre di Nur ad Din -Norandino).

 

1)      La leggenda è collegata all'attività di diffusione del cristianesimo da parte di Taddeo; gli scritti (apocrifi) in lingua siriaca, raccolti negli Acta di s. Taddeo, risalgono al 174 d.C. Collegato agli Acta, in quanto ne costituisce una recensione, è la c.d. Dottrina di Addai.
Abgar V, che avrebbe scritto a Gesù, in pratica, non era cristiano. Lo diventerà, ma in epoca posteriore, un suo discendente Abgar IX (179-216) che, dopo essersi convertito, dichiarerà il cristianesimo religione ufficiale della città.
 

"Cosa fece il re Abgar (di Edessa)?

"Egli vide abili pittori e ordinò di andare insieme ai suoi messaggeri e di dipingere e portargli riprodotto il volto del Signore, affinché egli potesse rallegrarsi della sua immagime come della sua personale presenza. Ora vennero i pittori con i messaggeri del re, ma non furono in grado di dipingere un'immagine dell'umanità del Signore degna di adorazione. Quando però il Signore con la sua divina scienza guardò (riconobbe) l'amore di Abgar per Lui, e dopo che Egli vide che i pittori si davano pena per trovare un'immagine che essi lo dipingevano come Egli è e non ci riuscivano, Egli prese un panno e lo premette sul suo volto, che dona la vita al mondo, e questo vi restò impresso come Egli era. E quel panno venne portato e come una sorgente di grazie deposto nella Chiesa di Urai (Edessa) fino al giorno odierno".

(Leggenda siriaca redatta attorno all'anno 800)

 

Verso il regno di Abgar (storia fra S. Graal e Tradizioni)  

di M. Tomatis

Gli studi archeologici permettono di avanzare ipotesi plausibili sull'identità delle terre lontane raggiunte da Giuseppe e dalle sue genti.  Nel 66 il procuratore romano Gessio Floro, a causa della sua dura e provocatoria violenza, scatenò a Gerusalemme una rivolta che passò alla storia con il nome di Guerra Giudaica. I ribelli istituirono una forma di governo provvisorio dopo aver cacciato i Romani dalla Città Santa. Soltanto l'anno successivo il generale Vespasiano, insieme a Tito, si mosse con l'esercito entrando nelle terre rivoltose di Galilea. Secondo lo storico cristiano Eusebio di Cesarea (330 ca.) i Giudeo-Cristiani di Gerusalemme erano stati avvertiti dell'imminente guerra da un oracolo. Essi avevano potuto, così, fuggire attraverso il Giordano e raggiungere le terre della Decapoli oltre il confine della provincia romana di Siria. Nella regione si trovavano dieci città (tra cui Damasco, Scitopoli e Pella) strette in una Lega semiindipendente dal potere romano.
Questa fuga non fu leggenda: secondo un documento presentato al II Sinodo di Nicea "nel biennio precedente la distruzione di Gerusalemme" i Giudeo-Cristiani si erano allontanati in segreto e "trasportarono con sé i loro oggetti più preziosi, immagini e cose sacre". Il viaggio di Giuseppe e della sua gente potrebbe aver seguito il tragitto compiuto dai Giudeo-Cristiani di Gerusalemme. Dalla Decapoli, egli avrebbe intrapreso numerosi viaggi missionari in tutto l'Oriente, testimoniati da molti antichi testi. In un manoscritto russo dell'VIII sec. si dice che l'attività missionaria apocrifa di Giuseppe d'Arimatea era legata a quella di san Filippo e che insieme edificarono una chiesa nella città di Lydda (Diospolis), che si trovava direttamente ad ovest di Gerusalemme. Gli Atti degli Apostoli nominano due Filippo e identificano la loro area missionaria con la Samaria e la Cesarea, in Palestina, e la Hierapoli e la Frigia/Galazia, in Turchia. Questa è una ulteriore conferma del fatto che San Filippo svolse la sua attività in terra turca e non francese. Il legame che c'era tra i due discepoli potrebbe aver influito sulla leggenda che li vedeva entrambi in Occidente. E' probabile che Giuseppe, nella sua fuga da Gerusalemme, abbia portato con sé il sacro veissel. Secondo il Joseph d'Arimathie, anche nelle "terre lontane" più volte egli implorò aiuto a Dio prostrandosi dinanzi ad esso. Al momento della sua morte egli lo lasciò in custodia ai Giudeo-Cristiani che con lui erano fuggiti da Gerusalemme. Uno degli uomini cui, secondo Robert de Boron, fu affidato il veissel si chiamava Petrus. Quando a costui venne chiesto il nome dell'oggetto, egli rispose:

""Non voglio nasconderlo. Chi vorrà dargli il vero nome dovrà chiamarlo Graal, perché, a quanto credo, nessuno potrà vederlo senza che gli rechi piacere."" Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.

Esistono altri documenti che ci permettono di identificare nella Decapoli la zona in cui Giuseppe si rifugiò dopo aver lasciato Gerusalemme insieme ai Giudeo-Cristiani in fuga. Nel IV secolo un anacoreta dalmata di nome Gerolamo raggiunse la città di Beroe, l'odierna Aleppo, e qui incontrò alcuni cristiani Nazirei riuniti in una comunità. Essi dichiaravano di discendere dagli uomini che durante la Guerra Giudaica si erano rifugiati nella Decapoli. Essi conservavano, in un prezioso codice scritto in aramaico, un antichissimo testo che chiamavano il Vangelo degli Ebrei. Gerolamo ebbe la possibilità di constatare personalmente il valore del manoscritto, poiché gli fu permesso di consultarlo. Quel testo potrebbe essere una versione contemporanea del Vangelo di Matteo. Forse si trattava di un testo scritto direttamente da Giuseppe d'Arimatea o comunque da qualcuno dei primi Giudeo-Cristiani che avevano raggiunto la Decapoli. Questo testo fu studiato nel 1931 da C.H. Dodd, ma nonostante gli anni trascorsi ha ricevuto poca attenzione. Il Vangelo degli Ebrei acquista una grande importanza in quanto è il primo testo a darci una indicazione scritta su ciò che avvenne della Sindone dopo la Risurrezione:

"Ora il Signore, dopo aver dato la Sindone a Petro, apparve a Giacomo." Vangelo degli Ebrei, II sec. Il testo trova un riscontro cronologico con i testi canonici. Paolo scrive che Gesù

"Apparve a Pietro e quindi ai Dodici. Inoltre apparve a Giacomo." Prima lettera di San Paolo ai Corinzi 15, 5-7. E' curiosa la coincidenza che c'è tra il nome dell'apostolo che ricevette la Sindone e quello dell'uomo che per primo annunciò il nome del vaso contenente il sangue di Gesù, il Graal.  La reliquia del Sangue di Gesù che aveva seguito il destino dei Giudeo-Cristiani sulla strada per Pella, veniva forse conservata in una chiesa appositamente costruita tra le rocce della Valle del Mar Morto. Possediamo, infatti, la relazione di viaggio di un pellegrino cristiano di nome Antonino che era partito da Piacenza intorno al 530 per visitare i luoghi santi. Egli raccontò di aver visitato, tra l'altro, l'aspra e paurosa Valle del Mar Morto. Disse che gli fu mostrato un convento situato fra le rocce, eretto fra quelle pietraie perché lassù aveva trovato rifugio la Sindone, il sudario funebre di Gesù Cristo. Aggiunse le parole "Io non ho potuto vederla", in quanto il lenzuolo non si trovava più in quel luogo. il testo di Antonino è una delle testimonianze più antiche della presenza della Sindone in Oriente. Se, dunque, nel 530 la reliquia del Sangue di Cristo non si trovava più in quella chiesa, evidentemente doveva esser stata trasferita altrove. I Giudeo-Cristiani dovettero allontanarsi dalla Decapoli perché nel 131 era scoppiata a Gerusalemme la violenta rivolta di Bar Kocheba, chiamata in seguito Seconda Guerra Giudaica. L'imperatore Adriano aveva identificato nell'Ebraismo e nel nascente Cristianesimo i germi della ribellione, e dopo aver ripreso la città di Gerusalemme diede inizio un processo di annientamento definitivo delle due comunità religiose. I nuclei Giudeo-Cristiani furono costretti a fuggire in terre ancor più lontane dal dominio romano. Uno dei territori più favorevoli era il regno che il re Oshroène si era ritagliato durante la dissoluzione dell'Impero Seleucide. Qui, nei pressi delle montagne del Kara-Dag, intorno al 132 a.C. si era costituita in regno indipendente una città chiamata Edessa, l'odierna Urfa (Turchia). Si trattava di una forte cittadella arroccata sopra una collina e cinta da una grande cerchia di mura. In questa città si succedettero ventinove sovrani, molti dei quali assunsero il nome Abgar. Esistono prove archeologiche di questa fuga da parte dei Giudeo-Cristiani ad Edessa. A Gerusalemme si parlava l'Aramaico, una lingua siriaca. Nella città turca è stata ritrovata una iscrizione in caratteri siriaci dedicata ad una principessa di nome Shalmat: questo prova che nella città turca, nei giorni della distruzione di Gerusalemme, si parlava e si scriveva in aramaico, in una forma molto vicina a quella di Gerusalemme. L'arrivo del cristianesimo ad Edessa, inoltre, coincise proprio con l'entrata in città di un gruppo di Giudeo-Cristiani in fuga dalle pericolose zone sotto il dominio romano. Nella sua Cronaca di Edessa il primo vescovo della città, Palut, scrisse che il "santuario della Chiesa cristiana" era stato distrutto da una inondazione nel 201: questo documento attestava la presenza di una chiesa cristiana già alla fine del II secolo. In quegli anni la cittadella era governata da re Abgar VIII, il cui nome completo era Lucius Aelius Septimius Megas Abgarus VIII (177-212). Secondo il biblista Adolf Harnack re Lucius Abgar VIII era il Britannio rege Lucio cui si riferiva la nota interpolata nel Liber Pontificalis. Sarebbe stato lui a scrivere al papa Eleuterio affinché gli inviasse dei missionari. L'ipotesi è molto interessante, se si considera il fatto che re Abgar VIII fu il solo re Lucius ad abbracciare il Cristianesimo alla fine del Il sec. Si hanno, inoltre, notizie di uno scambio epistolare tra la cristianità edessena e il papa anche in Eusebio; nella sua Historia Ecclesiastica nota che i vescovi di Frigia e Oshroène (di cui Edessa era la capitale) mantenevano contatti con il Papa durante e dopo il pontificato di Eleuterio. Ma perché il rex Lucius era definito Britannio? Harnack rispose anche a questo interrogativo rivelando il fatto che in passato ci si riferiva alla città di Edessa con il termine Birtha: si trattava del nome siriaco dato alla cittadella. La sua traduzione in latino era Britium. La Cronaca di Edessa, ad esempio, scritta in siriaco nel VI sec., sosteneva che "nell'anno 205 Abgar VIII costruì la Birtha". L'identificazione è rafforzata da Clemente di Alessandra che in un brano latino del suo frammentario Hypotyposes (databile alla fine del II secolo) aveva affermato che la tomba di S. Giuda Taddeo si trovava a Britio Edessonorum, la cittadella di Abgar. La nota dell'anonimo copista sul Liber Pontificalis, che era stata fraintesa da Beda, William di Malmesbury e dai monaci di Glastonbury, permette di ricostruire uno scenario più verosimile e storicamente accettabile: sul finire del II secolo il re Lucius Abgar della Britium, la cittadella di Edessa, scrisse a papa Eleuterio affinché costui gli inviasse dei missionari. Il fatto fu appuntato sul margine di una copia del Liber Pontificalis. Il re Abgar accolse, così, nella sua città i Giudeo-Cristiani che cercavano rifugio, i quali costruirono quella che può essere considerata una delle più antiche chiese cristiane liberamente erette. Giuseppe d'Arimatea non si era recato in Britannnia con il Graal: erano stati i suoi discendenti a raggiungere Britium con la Sindone.

L'arrivo dell'Acheiropoietos ad Edessa

Risale al 375 un testo intitolato Dottrina di Addai, in cui viene riportata la notizia di uno scambio epistolare avvenuto tra re Abgar V Ukhamm (9-46 d.C.) di Edessa e Gesù. Non fu il primo testo a citare questa corrispondenza: nella sua Historia Ecclesiastica, ad esempio, Eusebio di Cesarea (330 ca.) parlò di uno scambio epistolare tra Cristo e Abgar, sostenendo di aver trovato ad Edessa una copia delle due lettere scritte in siriaco e trascrivendone la traduzione in Greco.
Il re era gravemente malato; per Procopio di Cesarea (527-565) il sovrano soffriva di gotta che nessun medico sapeva curare. Abgar così richiese l'intervento di Gesù:

"Abgarus, figlio di Ukamas, re, a Gesù, Salvatore benefico che è apparso nel paese di Gerusalemme. Salute! Ho udito parlare di te e delle guarigioni che operi senza servirti di rimedi o di erbe. Si racconta che tu restituisci la vista ai ciechi e fai camminare gli storpi, cacci gli spiriti impuri e i demoni, che guarisci coloro che sono travagliati da lunga malattia, che risusciti i morti. Dopo aver udito tutto ciò, sono convinto che tu o sei Dio, che disceso dal cielo operi tutte queste meraviglie; o tu sei il figlio di Dio che compi queste cose. Ecco perché oggi ti scrivo per pregarti affinché tu voglia degnarti di venire da me, per guarirmi dal male che mi tormenta. Mi hanno detto, d'altra parte, che i Giudei mormorano contro di te e che vogliono farti del male: la mia città è molto piccola ma bellissima, e basterà a tutti e due." Lettera di Re Abgarus di Edessa a Gesù, recapitata a Gerusalemme da Anania, messaggero del re.

Gesù declinò l'invito, promettendo di inviargli un suo discepolo che l'avrebbe guarito:

"Abgarus, sii benedetto, perché hai creduto in me senza avermi visto. E' scritto infatti di me che coloro che mi hanno visto non crederanno in me, affinché coloro che non mi hanno visto credano e vivano. Quanto a ciò che mi chiedi, di venire da te, ti dico che io debbo portare a termine qui interamente il fine della mia missione e ritornare, dopo, a colui che mi ha mandato. Quando sarò là, riceverai da me uno dei miei discepoli che ti guarirà dal tuo male e ti darà la vita, a te e a tutti coloro che sono con te. Risposta di Gesù inviata a Re Abgarus di Edessa tramite Anania.

Insieme alla lettera, Gesù avrebbe inviato al re edesseno anche un telo su cui era impressa l'immagine del suo volto. Secondo un'altra versione della leggenda, Abgar avrebbe inviato un legato di nome Anania che riproducesse in una pittura il volto di Cristo, attraverso il quale avrebbe ottenuto la guarigione, ma non essendo costui riuscito a riprodurre il soggetto con la dovuta fedeltà, Gesù impresse il proprio volto su un fazzoletto inviandolo al sovrano infermo. La leggenda si ritrova pressoché invariata nel testo apocrifo del XIV secolo Morte di Pilato:

"Veronica [disse] a lui: "Quando il mio Signore andava in giro predicando, poiché io soffrivo troppo a rimaner privata della sua presenza, volli farmene dipingere il ritratto, di modo che, quando fossi priva della sua persona, mi offrisse almeno conforto la vista della sua immagine. Ma mentre portavo una tela ad un pittore, poiché la dipingesse, il mio Signore mi venne incontro e mi domandò dove andavo. Io gli confessai il motivo per cui mi ero messa in cammino, ed egli allora mi chiese il panno e me lo restituì segnato dall'impronta del suo venerabile volto. Perciò, se il tuo signore guarderà devotamente questo suo ritratto, immediatamente godrà il beneficio della guarigione." Morte di Pilato

Al tessuto sul quale era impresso il volto di Gesù veniva associato l'aggettivo rákos tetrádiplon, cioè ripiegato quattro volte doppio. La Dottrina di Addai affondava le sue radici su un fatto realmente accaduto: in un periodo imprecisato, alcuni missionari erano giunti ad Edessa con una immagine del volto di Gesù impressa su un tessuto. L'anonimo autore si riferì all'immagine descrivendola come un dipinto che riproduceva le fattezze di Gesù ritratto dal vivo da un inviato di re Abgar. Riferendosi alle fattezze dell'icona, l'autore notò che non era stata realizzata con una tinta normale, ma con dei colori speciali. Il testo doveva esser stato scritto per spiegare l'origine del telo che si trovava ad Edessa, che riproduceva le fattezze del volto di Cristo. Ma se la Dottrina di Addai ne parlava ancora come di un dipinto, i testi successivi abbandonarono l'ipotesi secondo cui si trattava di un'opera umana: il mandylion (così fu chiamato) venne considerato un grande telo fatto miracolosamente. Gli Atti di Taddeo, risalenti al VI secolo, raccontano che Gesù asciugò il suo volto in un tetradiplon e lasciò le sue fattezze su questa sindon.  Secondo gli studi storici degli ultimi vent'anni il telo tetradiplon potrebbe essere identificato con la Sindone conservata a Torino. Fu Ian Wilson nel 1978 a proporre sul suo The Turin Shroud il fatto che il telo funerario fosse ripiegato su se stesso in modo tale che apparisse solo il volto. Ed effettivamente l'analisi dei due termini utilizzati dagli Atti di Taddeo per descrivere il mandylion rende ancor più plausibile questa identificazione: il primo termine, tetradiplon, richiama il fatto che era stato visto ripiegato in otto strati, mentre sindon è il termine con cui gli evangelisti si riferirono al sudario funebre di Gesù.
La Dottrina di Addai e gli Atti di Taddeo, dunque, non sarebbero altro che il leggendario racconto dell'arrivo della Sindone nella città di Edessa proprio per mano dei missionari cristiani. Il primo re cristiano di Edessa, infatti, non fu Abgar V come sostenuto dalla Dottrina di Addai, ma Lucius Abgar VIII: questo fatto porta a pensare che la leggenda si riferisca al secondo dei due sovrani. Lo scambio epistolare tra Abgar V e Gesù sarebbe soltanto la trasposizione leggendaria della corrispondenza tra re Lucius e papa Eleuterio. Addai (o Taddeo) potrebbe esser stato uno dei missionari inviati alla città turca o uno dei Giudeo-Cristiani che si erano rifugiati ad Edessa in seguito alla Seconda Guerra Giudaica. L'immagine che aveva con sé era la reliquia del Sangue di Cristo? Si trattava della Sindone conservata con cura anche dopo la morte del suo primo proprietario, Giuseppe d'Arimatea? Per studiare questa possibile identificazione, è necessario analizzare le descrizioni che ne diedero i testimoni oculari e le miniature che i copisti dell'epoca ci hanno lasciato. Non si sa con certezza l'anno in cui il Mandylion giunse ad Edessa; nonostante ciò tutti i racconti convergono nella descrizione di un momento in cui qualcuno entrò in Edessa recando quella reliquia. L'entrata della reliquia in Edessa avvenne attraverso la Porta dei Bastioni. Questo fatto ci è riportato da una pellegrina spagnola, la badessa Egeria, che riferì di aver visitato la città nel 388 con la guida del vescovo; ella identificò nella Porta dei Bastioni il luogo attraverso cui - secondo la leggenda - un uomo di nome Hannan portò in città la lettera di Gesù accompagnata da un'immagine di Cristo. Un'icona del V secolo riporta la scena della presentazione dell'Acheiropoietos (così era definito il mandylion) alla corte del re Abgar. Il momento coincideva con l'apertura ufficiale delle porte di Edessa ai Giudeo-Cristiani in fuga. Il famoso lino viene dispiegato dal re Abgar: non si tratta di un fazzoletto dalle ridotte dimensioni, ma di un lunghissimo telo segnato al centro, come la Sindone, dall'immagine di un Volto. L'aggettivo utilizzato per descrivere il mandylion, "Acheiropoietos", significava letteralmente "non fatto da mani umane". L'uso di questo termine derivava dal fatto che il mandylion fosse un'icona molto diversa dalle altre, dipinte su supporti lignei: si trattava infatti di un telo sul quale era impressa una immagine di sangue, non realizzata, dunque, da un pittore. Era a tutti gli effetti una reliquia contenente il sangue di Gesù. Come il Santo Graal.

Il Re Ferito e il Santo Graal

Le leggende riguardanti re Abgar (che giunsero in Europa nel 769, grazie ad un sermone di Papa Stefano III) furono unanimi nella descrizione del mandylion: tutte attribuirono a quell'immagine il potere di sanarlo dalla sua malattia; Costantino VII Porfirogenito descrisse così la sua guarigione miracolosa:

"Solo Abgar poté vedere l'insopportabile lucentezza che sprigionava il ritratto che Taddeo aveva posto sulla sua fronte. Dimenticando la paralisi che da tempo aveva colpito le sue gambe, egli si alzò dal letto e corse ad incontrare Taddeo". Costantino VII Porfirogenito, Narratio de Immagine Edessena, 944-959 ca.

Questo potere taumaturgico proprio del mandylion trova una interessante corrispondenza nel Graal, anch'esso descritto come un oggetto in grado di sanare da ogni malattia. Nel Lancelot-Graal è descritto un episodio che contiene evidenti riferimenti al mandylion giunto ad Edessa:

"Alano lasciò il paese con il Graal. Giunse in un regno [...] chiamato la Terra Foranea e vi regnava un re lebbroso di nome Calafa. Alano andò da lui e gli promise di guarirlo purché facesse quello che egli gli avrebbe detto. "Se mi giurate di rendermi la salute" gli rispose il re "non mi ordinerete nulla che io non farò." "Re, [...] fammi tagliare la testa se in seguito non sarai guarito." Calafa ordinò di abbattere e di bruciare gli idoli, e Alano gli impartì il battesimo chiamandolo Alfasem. Poi fece portare il Graal e, come il re lo ebbe visto, si sentì perfettamente risanato."
Anonimo, Lancelot-Graal, 1215-1235 Come Abgar, così re Calafa si convertì al cristianesimo in seguito alla sua guarigione conseguente all'arrivo nella sua città della reliquia del Sangue di Cristo in mano ai discendenti di Giuseppe d'Arimatea. Nel Joseph d'Arimathie di Robert de Boron si può riscontrare un altro riferimento ai poteri del mandylion nel suo racconto della guarigione del figlio di Vespasiano:

"Era accaduto che un pellegrino, un uomo povero e di giovane età, avesse dimorato per lungo tempo in Giudea proprio nei giorni in cui Gesù Cristo percorreva la regione diffondendo il proprio insegnamento e compiendo i molti miracoli che aveva la facoltà di operare. [...] Ai tempi di cui vi parlo, il pellegrino, dopo il lungo soggiorno in Giudea, si recò a Roma e trovò asilo presso un nobile. Nel frattempo il figlio dell'imperatore si era ammalato e pativa grandi pene. Si era fatto così macilento e nauseabondo per le carni che imputridivano per la lebbra, che nessuno osava rimanergli accanto." Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.

La Vindicta Salvatoris, risalente al IX sec., riporta una simile malattia:

"Tito aveva un'ulcera, in conseguenza del cancro, sulla narice destra, ed aveva la faccia piagata fino all'occhio"Vindicta Salvatoris

Del pellegrino non viene fatto il nome, ma nella letteratura graaliana contemporanea al Joseph d'Arimathie, si ritrova un altro pellegrino che visita un palazzo presso cui viene ospitato, al cui interno si trova un uomo malato. Il suo nome è Perceval o Parzival:

"Il cavaliere scende per di là. [...] Se ne va lieto vero la porta e trova abbassato il ponte levatoio. [...] Al centro di una vasta sala quadrata, che è larga quanto lunga, è seduto un valent'uomo di bell'aspetto, i capelli già quasi bianchi. [...] Il valent'uomo s'appoggia al gomito. [...] "Amico, non me ne vorrete se per rendervi onore non m'alzerò: farlo non mi è agevole." L'ospite risponde: "In nome di Dio, non datevene pena! Non ho nulla di cui lamentarmi"
Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal, 1188  "Gli versarono da bere e ne ebbero così riguardo che, tristi com'erano, pure con lui furono lieti. Gli resero onori e degna accoglienza."
Wolfram von Eschenbach, Parzival, fine XII secolo, 228.

Sia il pellegrino, sia Perceval-Parzival si interrogano sulla malattia dell'uomo che li sta ospitando:

"Il pellegrino fu accolto e ospitato con ogni agio. Dopo che si fu ben rifocillato, l'ospite gli narrò la grande sventura e il dolore di tutti per la triste condizione del figlio dell'imperatore."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.
""Bel signore" dice la damigella "sappiate che è re, ve lo posso ben dire, ma fu ferito in battaglia e storpiato sì tristemente che perse l'uso delle gambe. Si dice che fu un colpo di giavellotto diretto alle anche a fargli quella ferita. E non ha cessato di soffrirne. Soffre ancora e non può montare a cavallo. Allora, quando vuole distrarsi, si fa portare su una barca e va pescando all'amo: per questo è detto il Re Pescatore."
Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal, 1188 ""Anfortas cerca sostegno: non può cavalcare né andare, non sdraiarsi né stare ritto. [...] Un giorno il re cavalcava tutto solo per avventura [...] In una tenzone venne ferito con una lancia avvelenata di maniera che non guarì più [...] era stato colpito qui, all'anguinaia." Wolfram von Eschenbach, Parzival, fine XII secolo, 251 e 479.
"Allora il pellegrino chiese di che sventura e di quale dolore parlasse, e l'ospite gli raccontò la verità: Vespasiano aveva la lebbra, dalla quale nessuno sapeva guarirlo. [...] Poi l'ospite chiese al forestiero se conoscesse un qualche rimedio che potesse giovare a Vespasiano e favorirne la guarigione. "Sul momento non saprei dire" rispose l'altro. "Posso però affermare che nel paese d'oltremare dal quale vengo viveva un grande profeta, certamente un uomo buono, poiché spesso Dio operava per suo tramite. Lo vidi guarire gli infermi dalle malattie più diverse, più o meno radicate; vidi gli storpi tornare diritti, i ciechi rivedere la luce, uomini dalle carni già putride lasciarlo completamente risanati, e vidi altri miracoli che non mi basterebbe il tempo per raccontare. [...] Si chiamava Gesù, figlio di Maria di Nazareth, vicino a Betania. [...] Se si potesse poi trovare una cosa qualsiasi appartenuta a quel Gesù, il figlio dell'imperatore sarebbe subito guarito." [...] "Ascoltatemi tutti, bei signori" disse infine l'imperatore "mi sta bene mandare i miei messaggeri laggiù per apprendere la verità dei fatti. Mi riporterebbero notizie buone e liete, se i miracoli fossero realmente accaduti, e se potessero recuperare un oggetto qualsiasi che possa curare mio figlio e affrancarlo dalla malattia." Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.

L'unico modo di guarire dalla malattia l'uomo che li aveva ospitati era quello di recuperare "una cosa qualsiasi appartenuta a quel Gesù". Nei tre testi l'oggetto dai poteri taumaturgici è sempre lo stesso: la reliquia utilizzata per raccogliere il sangue di Cristo. Nel Joseph d'Arimathie si identifica (come si vedrà in seguito) con la sindone, mentre ne Le Conte du Graal e nel Parzival si tratta del Graal. Secondo Robert de Boron, i messi imperiali giunsero in oriente e domandarono ai Giudei:

""Sapreste indicarci qualcuno che abbia una qualsiasi cosa che gli sia appartenuta? Se lo trovassimo, vorremmo condurlo via con noi." Uno disse allora di sapere di una donna che aveva un'immagine del volto di Gesù, che adorava ogni giorno; ma non sapeva con certezza dove la donna l'avesse presa, o se l'avesse trovata da qualche parte. [...] "Si chiama Veronica, è accertato, e abita nella strada della scuola." Appreso il nome della donna e l'ubicazione della sua dimora, Pilato inviò subito un messo a cercarla, e Veronica venne appena convocata. [...] Dopo averle dato il benvenuto, Pilato la prese in disparte e le disse: "Signora, avete in casa vostra l'immagine di un uomo che adorate come una reliquia. Vi prego di mostrarmela." [...] Andò via lesta, dirigendosi spedita verso casa. Appena entrata, chiuse la porta, prese l'effigie e, nascostala senz'altro indugio sotto il mantello, tornò dai messaggeri che le riservarono il grande onore di alzarsi in piedi al suo ingresso e di andarle incontro. "Suvvia, sedetevi" disse la donna. "Vi mostrerò il sudario nel quale Gesù asciugò il proprio volto dopo che i Giudei lo avevano condannato. [...] Avevo fatto fare una sindone, e la reggevo tra le braccia quando sul cammino m'imbattei nel profeta [...] Subito io presi la sindone e asciugai con cura il volto del profeta, coperto dal sudore che gli colava su tutto il corpo."Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.

La descrizione della sindone della Veronica richiama immediatamente le parole utilizzate da due uomini di Costantinopoli, Costantino VII Porfirogenito e Gregorio il Referendario, che così descrissero il mandylion di Edessa:

"Grazie a una secrezione liquida senza materia colorante né arte pittorica, l'aspetto del viso si è formato sul tessuto di lino. [...] Tutti sono d'accordo e convengono che la forma del volto del Signore è stata impressa in maniera meravigliosa nel tessuto."
Costantino VII Porfirogenito, Narratio de Immagine Edessena, 944-959 ca. "Lo splendore è stato impresso dalle sole gocce di sudore dell'agonia sgorgate dal volto [...] l'impronta di Cristo [...] è stata ulteriormente abbellita dalle gocce di sangue sgorgate dal suo stesso fianco. [...] sangue e acqua là, sudore e immagine qui.[...] L'immagine e [ciò] che fece sanguinare il fianco erano della stessa natura che formò il ritratto."Dall'omelia di Gregorio Arcidiacono e Referendario di Santa Sophia, 16 agosto 944. Anche la Vindicta Salvatoris parla di un'effige del Signore:

"Velosiano si informò ancora circa l'effige ossia il volto del Signore. Tutti quelli che erano lì gli dissero: "C'è una donna, di nome Veronica, che ha l'effige del Signore a casa sua." [...] Essa mostrò il volto del Signore. Velosiano, appena lo vide, si prostrò a terra."
Vindicta Salvatoris 24La donna chiamata Veronica accettò di seguire i messi romani con la sindone:

""Se credete che possa giovare al figlio dell'imperatore, verrò volentieri con voi per portare [la sindone] a Roma." [...] Così passarono il mare e tornarono in patria, giungendo a Roma. [...] L'imperatore [...] prese la tela tra le mani e la portò nella camera dove il figlio era stato murato a causa della sua malattia, e l'appoggiò alla finestrella perché Vespasiano potesse vederla. Ebbene, sappiate che appena il figlio dell'imperatore l'ebbe guardata, le sue carni tornarono più sane di quanto fossero mai state, perché tale fu il volere di Nostro Signore."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.

La Vindicta Salvatoris usa parole simili per descrivere la guarigione dell'imperatore Tiberio:

"Allora Velosiano aprì il mantello con il panno dorato, su cui era impresso il volto del Signore, e l'imperatore Tiberio lo vide. Egli subito adorò l'immagine del Signore con cuore puro e la sua carne divenne linda come la carne di un bambino piccolo. E tutti i ciechi, i lebbrosi, gli zoppi, i muti, i sordi e quelli colpiti da infermità di vario genere, che erano lì presenti, venivano risanati e furono curati e mondati." Vindicta Salvatoris 33

E' un fattore ricorrente nelle leggende sul Santo Graal la presenza di un sovrano colpito da una grave malattia e risanato dal sangue di Cristo. Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, re Anfortas veniva mantenuto in vita dal potere del Graal:

"Anfortas e la sua gente erano ancor sempre in gran pena per la loro sventura. [...] Più volte li aveva pregati di morte: e questa sarebbe anche tosto venuta, se essi non gli avessero spesso fatto vedere il Graal, la forza del Graal. [...] Il re faceva spesso così: soleva tenere chiusi gli occhi anche per quattro giorni Allora, gli piacesse o non gli piacesse, lo portavano davanti al Graal. La sua infermità lo costringeva ad aprir gli occhi. Così, suo malgrado, doveva vivere e non poteva morire." Wolfram von Eschenbach, Parzival, fine XII secolo, 787-788.

Anche i romanzi successivi descrissero il potere del Graal, e in particolare del sangue di Gesù, di sanare le ferite più gravi. Nel Lancelot-Graal, scritto tra il 1215 e il 1235 da autori anonimi, venne descritta la ricerca del Graal da parte di tre cavalieri: Galaad, Perceval e Bohor. Giunti nel castello del Graal, comparve all'improvviso dinanzi a loro un Uomo, che sollevò il Graal e si rivolse a Galaad con queste parole:

""Figlio, sai cosa tengo tra le mani? Il vaso in cui [...] Giuseppe d'Arimatea raccolse il sangue del Salvatore. Ora hai visto la verità cui aspiravi, ma [...] prima dovrai guarire Mordrain, il Re Magagnato, ungendolo con il sangue di questa lancia, che é quella con cui Longino colpì il tuo Salvatore sulla croce." [...] [Galaad] andò a toccare il sangue di Nostro Signore che colava dalla lancia, poi passò la mano insanguinata su Mordrain, che ritrovò subito la vista e il potere sul proprio corpo."Anonimo, Lancelot-Graal, 1215-1235

E' ancora il Lancelot-Graal a riportare la guarigione di un cavaliere malato da parte del Graal:

"[Lancillotto] vide arrivare un cavaliere malato disteso su una lettiga che si fermava presso un'antica cappella in rovina. Ne veniva fatto scendere il malato, che gemeva da spezzare il cuore e implorava Dio di inviargli il vaso prezioso che lo avrebbe guarito, e le sue preghiere erano così accorate che era impossibile non restarne commossi. Allora, sul fondo della cappella, apparivano un grande candelabro d'argento in cui brillavano sei ceri e, dietro il candelabro, su una tavola anch'essa d'argento, il Santo Graal velato con un panno bianco. A forza di braccia, come poteva, il malato si trascinava fino a baciare la tavola, che poi toccava con le palpebre. "Bel signore Iddio, siate lodato!" diceva intanto. "Ora io sono mondo, e sano come non avessi mai sofferto!"
Anonimo, Lancelot-Graal, 1215-1235

Un riferimento ancor più esplicito ai poteri curativi del mandylion si può trovare nel Perslevaus; qui il cavaliere Lancillotto cura le ferite del re Méliot proprio per mezzo di un sudario funebre insanguinato:

"La fanciulla condusse Lancillotto nella bella camera dove giaceva Méliot. Lancillotto gli si sedette accanto e gli chiese del suo stato. [...] "Signore, mi colpì il cavaliere che li assediò e che poi trovò la morte. Mi ha procurato ferite così terribili e crudeli che possono essere sanate solo dal tocco della spada che le ha inferte, e se si possiede il sudario col quale il cavaliere fu sepolto, insanguinato dalle sue stesse ferite." [...] Allora gli tolgono le bende mettendo allo scoperto la piaga, che Lancillotto e la damigella toccano con la spada e il sudario. Méliot ne trae immediato sollievo, e dice di sentirsi bene e che ormai non teme più di morire." Anonimo, Perslevaus o Il Nobile Libro del Graal, 1191-1225 ca., ramo X. Il fatto che alla Sindone e al Graal sia stato attribuito questo comune potere di guarire dalle ferite è un ulteriore elemento a favore di una possibile identificazione dei due oggetti.

Il Mandylion di Edessa

La reliquia del Sangue di Cristo non poté essere esposta a lungo ad Edessa: nel 212 Caracalla occupò la città costituendo una base militare romana che prese il nome di Colonia Edessenorum. A causa delle persecuzioni romane, la comunità cristiana edessena dovette sprofondare nella clandestinità. Secondo alcuni documenti un vescovo nascose il telo acheiropoietos in una nicchia nell'alto delle mura della Birtha, la cittadella di Edessa, che fu poi accuratamente murata. Furono certamente pochi i testimoni di questo occultamento, e nel corso dei secoli si sarebbe perduta la memoria del luogo ove era stato nascosto il "lino non dipinto da mano umana".
Quando, un secolo dopo, Costantino legittimò il Cristianesimo in tutto l'impero, il vescovo edesseno Qona fece costruire una chiesa nei pressi della sacra sorgente del Cellirhoe. Nonostante fosse ignoto il luogo ove il Telo Acheiropoietos era stato riposto, la notizia della presenza ad Edessa del lenzuolo sindonico si era ormai diffusa in tutto l'Oriente. Il fatto è avallato dal ritrovamento di antichi testi in lingua georgiana scritti da un monaco e storico di nome Niaforis. Datati intorno al 325, riportano una antica tradizione della Chiesa nascente, secondo cui il Telo Sindonico sarebbe stato raccolto dall'apostolo Pietro e successivamente nascosto in un luogo ignoto.
Il mandylion fu ritrovato soltanto nel VI secolo; una delle ipotesi è che il rinvenimento sia avvenuto in occasione dell'inondazione del Daisan, il corso d'acqua che attraversa Edessa. La notizia è riportata da un cronista dell'epoca, Procopio di Cesarea, che fa risalire lo straripamento al 525. Forse durante i restauri della chiesa di Santa Sofia, messi in atto da Giustiniano, l'immagine venne rinvenuta nella nicchia in cui era custodita. Una seconda versione, forse più leggendaria, è legata all'assedio di Edessa da parte dei persiani. Nello stesso periodo, infatti, Cosroe I Anushirwan "il Grande" dilatò i confini meridionali del suo impero fino allo Yemen, e in seguito si diresse ad ovest, contro l'Impero Romano. Quando, nel 544, giunse sotto le mura di Edessa, il vescovo della città fu avvertito in sogno della presenza all'interno delle mura di una cavità, all'interno della quale gli assediati trovarono la reliquia. L'esercito di Cosroe tolse l'assedio, probabilmente in seguito ad un incendio scoppiato nell'accampamento persiano, ma gli edesseni attribuirono all'immagine presente sul telo il potere di aver contribuito a respingere gli assalitori. Si tratta di una virtù attribuita anche al Graal: nel già citato brano del Joseph d'Arimathie di Robert de Boron, Gesù dice a Giuseppe d'Arimatea:

""Quanti vedranno il tuo veissel [...] non saranno defraudati e vinti in battaglia."
Robert de Boron, Joseph d'Arimathie, fine XII secolo.

L'assedio persiano ci è stato tramandato dal Prefetto Imperiale di Antiochia, Evagrio Scolastico, nato in Siria verso il 530. Nei suoi scritti si riferisce al mandylion con le parole Theoteuktos Eikon, immagine fatta da Dio. L'avvenimento è riportato anche da un Inno celebrativo scritto in siriaco proprio in quei giorni da un anonimo poeta religioso. Quando nel 545 Giustiniano firmò una tregua con i Persiani, in Edessa furono completati i lavori di costruzione di una grande chiesa, l'Haghia Sophia ("Divina Sapienza"). Il mandylion, che riportava la immagine acheiropoieta, fu portato al re che fece fissare l'immagine sopra una tavola ornata d'oro. Nelle riproduzioni l'icona è rappresentata come un rettangolo molto largo, al centro del quale compare il volto di Cristo in un cerchio spostato verso l'alto. Intorno ad esso si trova una griglia, una specie di graticcio a losanghe, ognuna con un fiore al centro. Il motivo a traliccio era stato al tempo degli Abgar la decorazione dei paramenti reali. Sui lati destro e sinistro si scorgono le frange di un tessuto. E' lecito supporre che il mandylion fosse in realtà la Sindone ripiegata e conservata in un reliquiario: il telo così piegato (tetradiplon) nascondeva l'impronta del cadavere nudo e insanguinato, facendo castamente emergere soltanto il Volto. Nella Vindicta Salvatoris si legge la descrizione del modo in cui il romano Velosiano avrebbe custodito il volto di Gesù impresso su un tessuto, che ricorda molto la forma del mandylion:

"Lo prese, lo avvolse in un panno dorato, lo collocò in uno scrigno e lo sigillò col proprio anello." Vindicta Salvatoris

In uno dei primi racconti in prosa sul Graal, il Diu Krône, scritto intorno al 1220 dall'austriaco Heinrich von dem Türlin di Känten, fu descritta una dama che avanzava, in una stanza del castello del Graal, con in mano un panno di seta ricamato sul quale era posato un graticcio. Assistendo alla scena Galvano pensò che si trattasse di una sacra reliquia custodita in un reliquiario. Si tratta della stessa reazione che avrebbe avuto un qualsiasi testimone che avesse visto la Sindone ripiegata sotto la sua grata: il Diu Krône descriveva la visione del mandylion da parte di un pellegrino giunto ad Edessa? In uno dei prossimi capitoli verrà discussa la possibilità che il Santo Graal fosse in realtà il "Santo Graticcio" all'interno del quale era custodito il sangue di Gesù impresso sulla Sindone.
La dama che reca il panno coperto dal graticcio richiama immediatamente la prima damigella del Graal che comparve nella storia della letteratura: quella che sfilò davanti a Perceval, recando nelle mani un calice splendente.

"Una fanciulla molto bella, slanciata e ben adorna veniva coi valletti e aveva tra le mani un graal." Chrétien de Troyes, Le Conte du Graal, 1188

Le Conte du Graal fu lasciato incompiuto. Quattro autori si avvicendarono per realizzare altrettante Continuazioni della storia. Nella prima di esse si dice che il Graal era stato "fabbricato" sul monte Calvario da Giuseppe d'Arimatea e da Nicodemo, che aveva "modellato" una testa rassomigliante a quella del Signore. Secondo la narrazione, però, Gesù stesso ci aveva messo la mano, poiché quel ritratto "non era fatto da mano umana". Questa caratteristica della testa poteva essere espressa in greco dal già citato termine acheiropoiétos, associato solitamente alla sacra reliquia conservata a Edessa raffigurante il volto di Cristo. Può stupire la presenza in un testo graaliano di un riferimento così esplicito al volto di Edessa: è spiegabile, però, se si ipotizza che gli autori dei romanzi sul Graal si affidarono per descrivere tale misteriosa reliquia alle "voci" che circolavano in Occidente sull'esistenza di un Oggetto che conteneva il sangue di Gesù, ritenuto erroneamente un calice.
Ci sono altri elementi che sostengono l'ipotesi secondo cui, ripiegato dietro il volto, ci fosse l'immagine dell'intero corpo di Gesù. A metà del X secolo un medico di nome Smera trovò un antico testo siriaco, risalente al VI-VII secolo, che descriveva le vicende del Telo Acheiropoiétos. Egli lo tradusse in latino. Il testo raccontava che sul "linteum" presentato ad Abgar non soltanto la "faciei figuram sed totius corporis figuram cernere poteris": non solo il Viso ma tutta la figura del corpo era visibile. Il Telo era rimasto incorrotto nonostante la sua antichità e il lungo periodo durante il quale era stato nascosto. Veniva conservato in un reliquiario adornato da una cornice, e non poteva essere visto dalle folle se non in occasioni particolari e a Pasqua, consuetudine, questa, che si sarebbe mantenuta fino ai giorni nostri. La lettura dell'immagine non era affatto semplice: essa appariva evanescente, ed alcuni testi descrivevano esplicitamente una piaga che si vedeva nel costato. Ne Il più antico testo latino su Abgar del X sec., identificato dal nome Codex Parisiensis B.B. Lat. 6041, viene citata la lettera di Gesù ad Abgar. In essa non si descrive più soltanto un volto, ma un l'immagine di un intero corpo:

"Si vero corporaliter faciem meam cernere desideras, heu tibi dirigo linteum, in quo non solum faciei mee figuram, sed tocius corporis mei cernere poteris statum divinitus transformatum"
Il più antico testo latino su Abgar del X sec.

Il re avrebbe potuto contemplare sul lenzuolo "non soltanto l'aspetto del mio volto, ma la statura di tutto il mio corpo impresso per intervento divino". Gesù spiega anche il modo in cui l'immagine si sarebbe impressa: Egli "supra quoddam linteum ad instar nivis candidatum toto se corpore stravit, in quo, quod est dictu et auditu mirabile, ita divinitus transformata est illus dominice faciei figura gloriosa et tocius corporis nobilissimus status, ut qui corpolariter in carne dominum venientem minime viderunt, satis eis ad videndum suficiat transfiguratio facta in linteo"
Il più antico testo latino su Abgar del X sec. Gesù "si adagia in tutta la sua lunghezza su un telo bianco come la neve e, meraviglia a dirsi e capirsi, per azione di Dio i tratti gloriosi del volto del Signore e la nobilissima statura di tutto il suo corpo vi si impressero".
Al mandylion fu destinata una cappella nella chiesa dell'Haghia Sophia, a destra dell'abside. Si trattava di una collocazione molto simile a quella che Guarino Guarini avrebbe pensato molti secoli dopo per il Duomo di Torino. Le "ostensioni" poterono svolgersi fino a metà del VII secolo, quando gli Arabi ridussero in condizioni di vassallaggio la città di Edessa. Il culto era praticabile soltanto se depurato da cerimonie esterne: cessarono, dunque, le processioni, i rintocchi di campana, scomparvero le croci sulle cupole e soprattutto le esposizioni di immagini, considerate blasfeme.
Quando nel 678 scoppiò un terremoto che danneggiò la Chiesa dell'Haghia Sophia, il califfo Mouawiwya andò contro le usanze islamiche facendola restaurare. Qualcuno ha intravisto, dietro questo gesto, il misterioso prestigio che l'Oggetto custoditovi manteneva anche di fronte agli Infedeli. Sotto il dominio arabo, la visibilità e il culto del mandylion divennero molto prudenti, e con ogni probabilità si perse la "memoria visiva" delle reali fattezze e dimensioni della Sindone ripiegata nel reliquiario. Tra il VI e il VII sec. il mandylion acquistò una notorietà universale. Testimoniano questa celebrità numerosi testi che lo citano, primo tra tutti una relazione del II Concilio di Nicea del 787. Si era in pieno periodo iconoclasta, e il culto delle immagini era da alcuni ritenuto blasfemo. L'immagine di Edessa fu citata da coloro che difesero la legittimità delle immagini religiose quale antica tradizione cristiana. Furono sottolineate in particolare il valore e la pietà ininterrotta destata dal mandylion edesseno. Questo fatto ci fa ritenere che l'immagine presentasse caratteristiche tali da permetterle di superare tutti gli altri supposti ritratti di Cristo nella venerazione dell'Oriente. Tale notorietà dovette raggiungere anche la città che a quel tempo custodiva la più ricca collezione di reliquie del mondo: Costantinopoli.

A Pella, una città della Decapoli, al di là del Giordano, prima della sollevazione anti-romana si sono rifugiati i cristiani, recando con sé "le cose sacre" (Eusebio, Storia ecclesiastica, III, 5, 2-3).
 

 

ICONE DI CRISTO

La prima icona di Cristo è il Santo Volto Acheropita ("non fatto da mano d'uomo")
L'origine di questa icona è legata alla storia di Abgar V Ukhama, principe di Osroene, piccolo stato fra il Tigri e l'Eufrate, la cui capitale era Edessa. Il re Abgar, lebbroso, inviò presso Cristo il suo archivista Hannan con una lettera, nella quale supplicava Cristo di venire a Edessa e di guarirlo. Hannan era pittore e, nel caso che Cristo avesse rifiutato di venire, Abgar gli raccomandò di fare il ritratto del Signore e di portarglielo. Hannan trovò Cristo attorniato da una grande folla; allora salì su un masso, da dove poteva vederlo meglio. Tentò di farne il ritratto, ma non vi riuscì "a causa della gloria indicibile del suo Volto". Vedendo che Hannan tentava inutilmente di fare il suo ritratto, Cristo chiese dell'acqua, si lavò, si asciugò il viso con un panno. E su quel panno rimasero impressi i suoi lineamenti. Consegnò il panno ad Hannan affinché lo portasse al re Abgar, e gli promise che, una volta terminata la sua missione, gli avrebbe inviato uno dei suoi discepoli. Quand'ebbe ricevuto il ritratto, Abgar guarì quasi completamente dalla sua malattia, ma gliene rimasero alcuni focolai sul viso. Dopo la Pentecoste, l'Apostolo San Taddeo, uno dei 70, venne a Edessa, completò la guarigione del re e lo convertì. Abgar fece subito rimuovere un idolo che si trovava sopra una delle porte della città, e vi pose la Santa Immagine. Ma il suo pronipote ritornò al paganesimo e volle distruggerla. Il vescovo della città la fece allora murare, dopo avervi posto dinanzi, all'interno della nicchia, una lampada accesa. Col tempo, il nascondiglio fu dimenticato. Fu riscoperto nel periodo in cui il re dei Persiani, Chosroes, assediava la città (544 o 545): la lampada era sempre accesa, e non soltanto l'immagine era intatta, ma si era pure impressa sul lato interno della tela che la schermava.
In ricordo di tale evento noi abbiamo ora due tipi di icona del Santo Volto: uno in cui il Volto del Signore è rappresentato su un panno (Mandylion), l'altro con il Volto del Signore impresso sulla tela di protezione (Keramion). Tutto ciò che si sa di quest'icona sulla tela è che si trovava a Ierapoli (Mabbough) in Siria. L'imperatore Niceforo Foca (963- 969) l'avrebbe trasportata a Costantinopoli. Quanto agli autori antichi, fino al V secolo essi non fanno alcuna allusione all'immagine del Santo Volto, probabilmente perché era ancora murata e se ne era dimenticata l'esistenza.
(È interessante notare che il regno di Edessa fu il primo stato del mondo a divenire cristiano, tra il 170 e il 214.) Gli imperatori bizantini Costantino Porfirogenito e Romano I acquistarono l'icona nel 944, e la fecero trasportare solennemente a Costantinopoli. Con il sacco di Costantinopoli (1204) le tracce dell'icona si perdono.Nel XV sec. nasce la leggenda di Santa Veronica, per opera dei francescani.La Festa del Santo Volto ricorre il 16 agosto. Le Letture Liturgiche, tutte chiaramente riferite al miracolo, vogliono mostrarci come Gesù sia stato un Personaggio storico concreto, non un ideale astratto. La tipologia del Santo Volto presenta fondamentali somiglianze con i tratti del volto dell'Uomo della Sindone di Torino. Su queste basi, si definisce il "Volto canonico" di Cristo, volto comune dell'umanità su cui si è fondata tutta l'iconografia del Volto di Cristo.
I modelli canonici delle icone di Cristo sono fondamentalmente tre.

Salvatore Acheropita (Mandylion del Re Abgar). È la più antica rappresentazione di Cristo e riproduce, secondo la tradizione, le sembianze reali di Gesù impresse sul "mandylion", fazzoletto di lino che sarebbe stato inviato da Cristo stesso al re Abgar. In questa icona è raffigurato il solo Volto di Cristo, sullo sfondo di un nimbo cruciforme simbolo del Suo Sacrificio. I capelli sono divisi simmetricamente e scendono sui due lati del capo ripartendosi in due ciuffi quasi all'altezza della lunga barba biforcata. La fronte è ampia, il naso lungo, gli occhi spalancati con le pupille asimmetriche, "aperti" in ogni direzione; la bocca piccola. Il tutto esprime una regale bellezza, quella del Dio-uomo venuto sulla terra per salvare l'umanità. È da rilevare la profonda somiglianza tra le diverse Immagini di questa icona con il Volto impresso sulla Sindone di Torino.