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Ermete Trismegisto

 

Già tremila anni prima della nascita del Christo, gli egizi avevano tratto oro dalla Nubia: il metallo solare veniva trasmutato da quarzo triturato a mano, per mezzo di mole, e con i progressi tecnici dei tempi seguenti l'oro venne trovato sempre in maggior quantità e di bellissima qualità. La scoperta dell'oro con questo sistema era stata possibile dopo lunghe e difficili ricerche e tale procedimento era segretamente custodito dai sacerdoti, che lo trasmettevano esclusivamente agli eredi al trono e a pochissime degne personalità, vincolate al segreto a loro volta, scelte tra quanti erano ai vertici della piramide del potere e della conoscenza. Scrive, infatti, Zosimo: il benessere di tutto il regno si basa su quest’arte di sfruttare le sabbie metallifere, ma nessuno, a parte i sacerdoti, ha il diritto di occuparsene". E così fu, dato che la casta sacerdotale egiziana aveva Posto il tabù su cose ancora più importanti, quali la scrittura, la danza, la pittura e la scultura. Quindi anche le operazioni chimiche, in Egitto, oltre che essere privilegio della casta sacerdotale, dovevano essere eseguite secondo precisi rituali di magia. Trattando i minerali, l'oro e gli altri metalli legati alle costellazioni e ai colori, gli egizi applicarono alla chimica i rituali d'incantesimo e di magia, svolgendo il tutto nel più grande segreto. E proprio gli adepti egiziani in queste discipline vengono considerati i precursori dell'alchimia. Erano sicuramente degli iniziati, e anche oggi, ogni qualvolta ci occupiamo di alchimia, anche nelle sue basi più rudimentali, dobbiamo far riferimento all'antico Egitto e ai misteri dei suoi sacerdoti, trasmutatori dei metalli già in senso esoterico: la ricerca dell'uomo edenico dentro di noi, con la proiezione rossa alchemica, attraverso l'iniziazione e poi il passo supremo della morte mistica.

Zosimo dedicò il suo libro di studi sull'alchimia a Imhopet, il poeta e consigliere del Faraone, nel tremila avanti Cristo circa. I bellissimi versi di Imhopet ci fanno considerare come già gli antichi egizi amassero il piacere, quello che gli angeli di Dio, una volta corrotti dall'amore profano, hanno insegnato alle figlie degli uomini. "Segui il tuo desiderio fin che vivi, poni mirra sul tuo capo, indossa lini splendidi impregnati di profumi voluttuosi, i veri tesori degli dei...". Il legame tra alchimia e misteri egizi ricorre quasi sempre negli studi dei più famosi alchimisti. Nel VII secolo dopo Christo, Stefano afferma che lo zolfo e il piombo sono sinonimi di Osiride. Osiride, Iside e il crudele Tifone, sono spesso indicati negli scritti alchemici, dove quasi sempre viene posta al centro di tutta la conoscenza solare e lunare la grande figura di Ermete Trismegisto, il vero Maestro della filosofia alchemica. Ermete si identifica anche con Hermes, il dio greco che apre le porte della vita e della morte, conduce le anime nel fertile regno di Ade, il mondo sotterraneo, controlla gli scambi, i commerci, la cultura, ed è il messaggero degli dei, il mediatore e il conciliatore.

Già si vede quanto sia stretto il legame tra Hermes-Ermete e l'alchimia. La penetrazione nel sottosuolo terrestre equivale alla regola del "vitriol" di penetrare nel ventre della terra, per trovarvi la pietra nascosta, cioè l'uomo edenico, rettificando il viaggio. L'Eden equivale al regno di Ade, dove può vivere l'uomo nuovo, liberato grazie alla ricerca alchemica. Inoltre, nella tradizione romana, il dio Hermes divenne noto con il nome di uno dei metalli principali, forse il più misterioso, delle pratiche alchemiche, il mercurio. L'Hermes dei greci era il Mercurio dei Romani, essi pure molto attenti ai misteri, ai loro maestri, e alla conoscenza alchemica. La parola Trismegistus significa "tre volte grandissimo" o, come si definisce lo stesso Ermete, "possessore della conoscenza delle tre parti della terra". Ermete comunque non è un dio dell'antica Grecia, ma un grande iniziato, considerato quasi come un dio presso la comunità greca in Egitto, una comunità che basava tutta la propria ricerca sulla speculazione alchemica, i culti segreti che poi avrebbero portato ai grandi e piccoli misteri di Orfeo, Demetra e Mithra. I greci ammiravano le antiche conoscenze religiose e occulte dell'Egitto, che erano sempre rimaste solidamente tradizionali sin dal tempo dei primi faraoni. Erano però cadute in disuso e disperse, e furono i greci d'Egitto a riprenderle, a ricostruire un grande patrimonio iniziatico destinato a influenzare le discipline orientali come quelle occidentali. Si arrivò al punto che i greci, ricomposti i riti e i simboli dell'antico Egitto, dovettero costatare come gli egizi non fossero più in grado di comprenderli e tantomeno di praticarli. La colonia greca aveva sede ad Alessandria, che sarebbe diventata in seguito tra i centri più importanti del mondo allora conosciuto, come sede della conoscenza sia exoterica che esoterica. Nei confronti del popolo egizio, i greci si dimostrarono superiori per cultura e per rango, formando una élite culturale e religiosa. Il contatto tra conoscenze greche e tradizioni egizie ebbe rapporti fruttuosi, ma alla fine furono i principi ellenici a prevalere, anche perché avevano assorbito la tradizione segreta dei sacerdoti egizi, ormai perduta per le genti della terra del Nilo. I greci assimilarono subito tutto quanto poterono penetrare e assorbire della tradizione egizia e da qui nacque una filosofia che univa le due tradizioni in una sola, tradizionale nell'essenza, ma rivoluzionaria nelle proposte, agganciata anche a brandelli esoterici della conoscenza ebraica e di altre tradizioni orientali, come quella della Caldea di Zoroastro. I greci identificarono subito gli dei egiziani con i propri, e così riconobbero il loro Hermes in Toth, il dio inventore della magia, della parola, del linguaggio e della scrittura, nonché dell'ebraico Verbo, inteso come Ragione, non certo in senso illuministico. Hermes-Toth si identifica con lo scriba del tribunale del mondo dei morti, colui che registra i verdetti di Osiride, pronunciati dopo l'esame delle opere in vita del defunto e dopo l'interrogatorio rituale.

Essere umano poi semidivinizzato, Ermete riprese anche exotericamente sembianze umane, nell'evoluzione culturale dei tempi. E venne identificato con un mitico re che avrebbe regnato per 3226 anni, lasciando più di trenta­seimila libri sui principi della vita, della natura, della magia. Giamblico diminuì questo numero assurdo a ventimila libri e, nel 200 d.C., Clemente di Alessandria parla soltanto di quarantadue libri di Ermete, da lui visti portare in solenne processione rituale proprio in un tempio di Alessandria.

Ma non si trattava di opere di Ermete Trismegisto, bensì di scritti anonimi risalenti al periodo della fusione tra cultura egizia ed ellenica. Secondo Giamblico, gli autori di questi testi sacri si firmavano col nome di Thot, per conferirvi più prestigio e rispetto. Trattandosi di testi segreti, per soli adepti, è più facile credere nella scelta del nome unico di Toth come annullamento del singolo iniziato nell'opera del maestro, per lasciare un preciso segno di tradizione a un'unica opera alla quale molti adepti lavoravano. Da questa opera nacque, infatti, la grande, unica dottrina che, dal nome di Ermete, si chiamò ermetica, che mai ha smesso di in­fluenzare il pensiero e l'arte, nel corso della storia.

Dell'esistenza di Ermete Trismegisto, aldilà delle mistificazioni strumentali, molte delle quali messe in atto per coprire a livello esoterico pratiche exoteriche, sono molti a testimoniare, con scritti che sono arrivati sino a noi. Tra gli altri, ne parlano concretamente Platone, Diodoro di Sicilia, Tertulliano, Galeno, Giamblico. Della gran mole di opere attribuite a Ermete Trismegisto, ci rimangono soltanto quattordici brevi testi in lingua greca e una serie di frammenti conservati da autori cristiani. Essi riportano idee mistiche e filosofiche tipiche di quel tempo, in cui prevale, con grande forza, la base di principio della Gnosi. Il libro più importante di Ermete Trismegisto giunto sino a noi è il Pimandro, che in alcuni passi ha sconcertanti coincidenze con il Vangelo di San Giovanni, l'iniziato, definito "l'immortale evangelista della Luce" e figura chiave di quasi tutti i misteri esoteri­ci. Ci sono anche passi che fanno pensare al Timeo di Platone e spesso alle meditazioni ebraiche di Filone. Inoltre, Ermete avrebbe scritto alcuni trattati magici, dedicati in gran parte all'astrologia e anche all'alchimia. I libri ermetici vennero sempre considerati dagli alchimisti come preziosa eredità dei segreti di Trismegisto, coperti da sembianze allegoriche, onde impedire che la conoscenza segreta giungesse alla portata dei profani e venisse violata. Soltanto gli adepti, attraverso le chiavi iniziatiche di penetrazione, potevano introdursi nei testi, che erano un vero e proprio labirinto della magia intesa come conoscenza.

L'opera fondamentale di Ermete Trismegisto è la celebre Tavola di Smeraldo, rinvenuta, secondo la tradizione, nelle mani della mummia di Hermes, in una grotta quasi impenetrabile, dove il corpo del maestro era stato nasco-sto dagli adepti.

Seguendo nella sua ricerca Ermete e gli altri maestri, in una via iniziatica sulla più rigorosa tradizione, l'alchimi­sta bramava l'unione dell'anima e della mente con il divino, nel concetto di rapporto tra microcosmo e macroco­smo. Una scoperta scientifica - contrariamente al pensiero razionale e folle dei nostri tempi - era priva di valore se non portava a un’elevazione dello spirito, e la riuscita era soprattutto la prova che l'adepto era diventato un maestro. E nei secoli, il simbolo e la figura di questa identificazione diventò il Christo.

Secondo gli alchimisti, la sostanza perfetta di questo mondo è il metallo solare, l'oro immortale. La natura, che tende costantemente alla perfezione, vuole soltanto trasformare tutto in oro, in luce di sole: piombo, rame, ferro e altri metalli sono imperfezioni della natura, da trasmutare, così come l'uomo, che deve ritrovare la sua dimensione edenica. Dio ha dato all'anima dell'uomo il piano di desiderio la ricerca della perfezione nel "sottile". Così, sia l'uomo sia la natura debbono combattere per far emergere l'elemento divino nascosto in essi, secondo la tradizione dei Versi d'Oro di Pitagora. La cosa più alta del creato, dicevano gli adepti, può congiungersi soltanto con la cosa più bassa della divinità e la cosa più perfetta della terra è l'oro. E l'unico corpo celeste, i cui raggi raggiungono la terra degli uomini e il regno celeste degli angeli, è il sole, che resta però la più bassa delle cose divine. Perciò l'oro è fratello del sole, che è a metà strada tra il Creatore e la Terra, facendosi mediatore tra l'uomo e Dio. L'autentica, tradizionale alchimia, quella che nasce da Ermete Trismegisto e che nei secoli è progredita nella conoscenza, è per gli adepti al di sopra di ogni forma d'arte e di scienza, perché la trasmutazione del vile metallo in oro non la si poteva ottenere solo con l'abilità, e la dottrina da sola non poteva creare dei maestri eletti. Occorrevano conoscenze segrete, scelte esoteriche, forze morali e soltanto una volta giunto allo stato di perfezione di uomo edenico, l'essere umano poteva penetrare i segreti della natura senza farle violenza. E, in base alla tradizione esoterica cristiana, il primo alchimista sarebbe stato San Giovanni apostolo: secondo la credenza di Bisanzio, egli avrebbe tramutato in oro e pietre preziose i sassi che calpestava sulla riva del mare, mentre nelle sua mente si agitavano le visioni e le profezie dell'Apocalisse.